Archivi del mese: ottobre 2015

Babadook. Cosa si può celare nell’horror.

La paura nasce dalla presenza di un muro, eppure è in esso che cerca conforto.
La paura nasce dalla ferita e tende a perpetuare questa ferita come a non volerla vedere, la ferita fa infezione se non vista e curata.
Foto di una scena tratta dal film Babadook (2014)

Foto di una scena tratta dal film Babadook (2014)

In Babadook (A Bad Book) la protagonista teme il suo conflitto. Teme il  muro tra odio e amore. E tra amore e potere. Non può guardare questo muro, e cosi non può trasformarlo, scavalcarlo, abbatterlo. Ma così esso si erge sempre piu alto, e dall’interno si estende all’esterno. Prima nella scrittura di un libro, e poi, nel suo bambino.
Ma il bambino, proprio perchè è bambino, non ha cosi paura e vede il muro. Sa che esso c’è. La mamma no. La mamma razionalizza e vuole separare bene e male, vero e falso.  Così il muro arriva a dividere anche il mondo esterno. Vita e morte. Realtà rassicurante e le ombre di questa realtà. Ciò che era in lei, e poi nel libro, diviene vivo ovunque e sempre.  La mamma vede questa cesura, questo crepaccio solo quando l’energia che si crea da quella faglia crea immagini, che si stagliano sulla protagonista fino a farle guardare la ferita.  Lì, la paura cessa. Anche in me che guardavo il film. La tensione dell’horror si è trasformato in puro dolore e in pianto. Ho riconosciuto il simbolo della ferita originaria. Quella ferita che va accolta, comunque e indipendentemente da quanto essa sia grande o profonda. Ognuno si porta una ferita, è la stessa per tutti, ma ogni ferita è unica per forma, dimensioni, localizzazione. Questa ferita mai sparirà, ma se riconosciuta la  si potrà curare, cicatrizzare, accarezzare.
Grazie a Jennifer Kent, la regista, che è andata in fondo a interrogare esperienze forse personali, forse universali, ma probabilmente entrambe le cose.

 

L’introversione non è associalità o malattia

Introverso non è associale o malato.

C’è moltissima letteratura ormai a proposito dello stile di educazione nutrito, e nutriente, per il tipo di mondo nel quale viviamo. Già con questa frase manifesto la volontà di introdurre il tema dei “tipi”. In questo campo, parlando di educazione, non intendo entrare nella sfera di competenza antropologica, comparando società monoteistiche con quelle animistiche, e luoghi dove la corsa tecnologica predomina, con paesi ove lo stile di vita non ha scelto la tecnologia. Parlo di tipi di mondi, dal punto di vista psicologico, ove un tipo di sguardo ha collettivamente predominato su di un altro.

Già Jung con il suo testo Tipi Psicologici approfondisce il problema dei tipi nella storia dello spirito, nella poesia e nella letteratura e  nella filosofia

Proiezione della caratteriologia nello zodiaco, vetrata.

Proiezione della caratteriologia nello zodiaco, vetrata.

Non è raro sentire la lamentela di come il modello educativo ancora vigente non vada bene.

Le lamentele, così come i sintomi, esprimono, più inconsciamente rispetto ad un assunzione di responsabilità più attiva,  esigenze di cambiamento. Il modello educativo spesso manifesta il tipo psicologico dominante in una data società. Quando esso non risponde più ai bisogni, si pongono a mio avviso due serie di problemi: il fatto che il collettivo e dunque ciò che è valido collettivamente tende a cancellare dalla coscienza ciò che da esso differisce;  e il fatto che più l’alternativa è rimossa, in ombra,  più il movimento di cambiamento è violento. L’inconscio che vuole manifestarsi esprime i suoi contenuti in modo autonomo, senza la collaborazione della coscienza: il modello smette di funzionare, non è più in contatto con il contesto al quale vuole applicarsi e il contesto  stesso inizia a produrre forme diametralmente opposte al modello.

Jung studiò e diffuse i concetti di introversione ed estroversione; questi termini sono entrati a far parte del linguaggio comune. Purtroppo lo spirito con il quale Jung approfondì la tipologia, ovvero osservare la differenza  e vivere con una coscienza che si confronta continuamente con cio che è da lei differente, con ciò che c’è nell’inconscio, non entrò a far parte del collettivo che invece ha assunto, anche in ambiti colti, questi termini dal punto di vista psicologico dominante: non osservare e accogliere le differenze, bensì innalzare ciò che è dominante e relegare nell’ombra ciò che non lo è.

In una cultura  tesa al materialismo, al trionfo dell’uomo sulla natura,  al qui ed ora ( e su questo scriverò in seguito) l’estroversione e la sensazione sono ciò che è visto come sano e bello. Per contro l’introversione è entrata nel linguaggio comune come qualcosa di malato. Nelle classificazioni psichiatriche e psicologiche americane, che hanno grande influenza anche negli atenei e negli ambienti culturali italiani, l’introversione è spesso un criterio per valutare la deviazione dalla norma e quindi la patologia.

Ma la cosiddetta patologia viene in parte, dalla repressione della propria personalità, la cui accettazione è il primo passo per accedere ad un essenza più ampia, più integrata. Cosi come il movimento femminile, e la ancora attuale rabbia femminile nei confronti del maschile nasce da secoli in cui il femminile è stato una sorta di ombra del collettivo, così, ma in forma differente, l’introversione presente a livello individuale, per una distorsione collettiva viene represso, portando cosi ad una distorsione della personalità individuale..

Dall’altra parte il disagio di chi ha una personalità di natura principalmente estroversa si nega la possibilità di integrare nella coscienza quella parte introversa, per la forte identificazione con i valori collettivi dominanti.

La psicologia analitica (junghiana) non si pone infatti come therapeia, ma come qualcosa che aiuta l’individuo a ricontattare, attraverso il processo individuativo, la propria natura. La via per giungere al Sè, la totalità psichica avviene attraverso il riconoscimento di varie parti di sè e la differenziazione di e da questa stesse parti: il centro è piu della somma di queste parti.

Spesso i pazienti che incontro, ovvero le persone la cui sofferenza è cosciente, hanno una personalità prevalentemente introversa ma distorta. In questo caso si crea proprio una scissione tra mondo interno e mondo esterno, e il complesso legato a questa scissione si manifesta con stati motivi intensi, legati principalmente ad un senso di insicurezza,  scarsa appartenenza, bisogno forte di accettazione. Ciò che è avvertito come nutriente è anche vissuto con ambivalenza: il mondo interno diventa esclusivo, non viene mai condiviso, viene nascosto portando l’individuo a manifestarsi all’esterno con un Falso Sè, con il quale tenderà progressivamente ad identificarsi, sentendolo quindi come distante da un vero nutrimento, da ciò che gli dà piacere ed energia.

Non c’è più un armonica alternanza tra sistole e diastole, non c’è più un flusso di elaborazione del mondo tra esterno ed interno e viceversa.

Il titolo di questo articolo mi riporta all’intenzione principale di questo frangente. Si inserisce al’interno della spinta a diffondere la conoscenza e la coscienza dell’esistenza di differenti coordinate psichiche, che portano i confini psichici a farsi flessibili e promuove  il “turismo” verso altri lidi psicologici, interni ed esterni, ma il nodo principale, qui,  è l’introversione. Che cos’è? come si esprime? quali sono le sue peculiarità?

Pare che molte delle categorie diagnostiche per indicare una psicopatologia si riferiscano a esigenze inconsce introverse che premono la coscienza per essere considerate e ascoltate. Nella citazione che pongo in seguito, Lenore Thomson accenna all’esigenza che molte persone esprimono,  di avere uno spazio esterno tranquillo a livelli diversi, ma tutti sembrano rispondere alla possibilità di creare spazi con poche stimolazioni ( visive, sonore, etc.), al fine da poter permettere all’introverso, di esprimere anche le sue parti estroverse.

In genere, gli Introversi si sentono più a loro agio quando l’ambiente è in perfetta sintonia con ciò che sentono di essere; in quei casi potranno sembrare dei perfetti Estroversi. Per esempio quando la situazione esterna è delimitata chiaramente e congeniale alle loro esigenze (una cena tra amici, un’ora di lezione in classe, una predica dal pulpito), saranno espansivi ed aperti, e non la finiranno più di parlare. Questo a rigor di termini corrisponderebbe a un comportamento Estroverso, ma in realtà non lo è. L’Estroversione ci spinge ad adattarci alla realtà esterna, mentre l’Introverso, in genere, è contento se la situazione esterna si adatta al suo mondo interno.

 Lenore Thomson, Il libro dei tipi psicologici.

 

Ripensiamo ora, alla luce del passo citato qui sopra, a come poniamo uno sguardo ben direzionato dalla scala di valori collettivamente vigenti, su come pensiamo e definiamo la persona ossessionata (gia questo termine pone l’attenzione su ciò che devia dalla norma, invece che sul bisogno inconscio di manifestare qualcosa che preme per essere vissuto) dall’ordine, dalla pulizia, alla persona molto emotiva in situazioni di folla, all’agitazione psicofisica in situazioni mondane, o all’apparente remissività, o ancora alla tendenza al controllo di quanto accade esternamente. Tendenzialmente queste manifestazioni, e il linguaggio già denota il giudizio, sono collettivamente viste come qualcosa che ha a che fare con una complessualità psicologica, con una psicopatologia o con un disagio all’adattamento.

Ma è veramente sbagliato non adattarsi? forse è solo l’opposto di un eccessivo adattamento.

Riporto un aneddoto: stavo scegliendo casa. La scelta si era ridotta fra due opzioni entrambe molto buone ed entrambe centrali. Ma una delle due era in una zona molto traqnuilla, mentre l’altra stava tra la ferrovia e una strada molto trafficata. Nella seconda entrai varie volte per verificare quanto l’inquinamento acustico fosse elemento non trascurabile. Non riuscivo a scegliere. Ma mi aiutò l’agente immobilare, che mi disse, a proposito della casa della ferrovia: “con il tempo ti abituerai”. Si accese in me la consapevolezza che già mi ero adattata a vivere in una città, ma abituarmi a qualcosa di velenoso non era certo un movimento di consapevolezza. Scelsi facilmente per l’altra.

Ritorniamo a quelle manifestazioni di disagio sopra accennate. E se l’ossessione per l’ordine fosse un bisogno di avere un esterno poco confuso, al fine da permettere all’introverso di esprimere i suoi contenuti all’esterno? E se la tendenza a controllare fosse una via per riuscire a bilanciare l’introversione con la spinta all’esterno? Allora il controllare sarebbe un concedersi in modo programmato, momenti di socialità e di vita esteriore. E se la remissività fosse un non colludere con le tendenze estroverse alla proiezione sull’Altro? E se l’emotività fosse un lasciarsi andare al contatto con l’esterno ma senza l’appoggio dell’abitudine a farlo, come se fosse quindi una genuina e primitiva espressione del piacere della condivisione?

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Foto di scena dal film “Il favoloso mondo di Ameliè” , 2001

Tutto ciò parla sì, della parte psichica meno sviluppata della persona principalmente introversa,  di quella parte che si comporta in modo autonomo, non consciamente. Ma collettivamente è questa stessa ombra che viene sottolineata, portando a mettere un velo sulle qualità introverse di questi individui. Le difficoltà estroverse che si notano in introversi estremi sono viste come patologie. Ma accade il contrario?

Proviamo  a metter luce su ciò che è visto normale, e su ciò che è esaltato come sano: arrivare un pò ritardo, dire tutto ciò che si pensa, esprimere la propria opinione sempre e dovunque, avere una stanza disordinata, non avere la giornata programmata, avere tanti amici, uscire spesso e viaggiare molto. etc etc. Nessun dubbio??

Non so se la mia è pigrizia, o come si direbbe in Campania “cazzimma”, ma non voglio terminare questo articolo rispondendo a questa domanda. Forse una domanda lasciata a aperta può generare riflessione.

Il dubbio può essere gia una prima porta verso se stessi. Verso un avventura interiore. L’introverso ama il viaggio interiore e per far questo, troppi stimoli esterni costituiscono un disturbo. Una casa ordinata può essere un luogo quieto ove esprimere l’avventura interiore. L’introverso ama la solitudine, ma sa che è sano avere un po di vita estroversa, ma questa la programma, la studia e per questo appare rigido. L’introverso ama rapporti profondi e questo non può avvenire su vasta scala.

In un collettivo estroverso, l’introverso ha esperienza di estroversione, a rischio di distorcere le sue preferenze in fatto di approccio alla vita, sentendosi spesso, in virtù di questa distorsione,inadatto, malato, sbagliato. Venire a patti con gli stimoli esterni è visto come indice di disturbo, di disagio. In effetti è in qualche modo così, ma non diversamente da quanto avviene al polo opposto. La proiezione di disagio sopravvaluta di molto quindi il versante patologico di queste persone.

Al polo opposto, per gli individui di personalità prevalentemente estroversa, eliminare le distrazioni del mondo interiore è qualcosa di sano. Non permettere al mondo interno di disturbare la vita esterna è collettivamente sostenuto e professato anche da nuove forme di spiritualità e di filosofia della crescita spirituale. Condividere è spesso la regola fondamentale.

Da un punto di vista introverso so che la vera condivisione emerge solo quando mi sono permessa una lunga introversione. Senza di essa la condivisione è sempre stata portata avanti da un Falso Sè.

La mia anima e la mia coscienza, ecco ciò che è il mio Sè, nel quale io sono contenuto come un’isola nelle acque, come una stella nel cielo. Così il Sè è infinitamente più vasto dell’Io. Amare se stessi dovrebbe significare amare questa totalità, attaverso la quale ameremmo l’umanità intera. E’ impossibile amare qualcuno se si odia se stessi.

(Jung, conferenze di Basilea, pp. 198, 199)

Quest’anno  (ciclo 2015/2016) a Pisa, la terza edizione delle serate junghiane tratterrà la tipologia psicologica. L’idea è nata dal vedere che il conflitto può essere affrontato e superato solo da una consapevolezza di diverse posizioni psicologiche e dell’accettazione della diversità, accettazione che riduce l’area del patologico. Per maggiori info, clicca qui:

La tipo-logia psicologica. Dalla concezione di pato-logia alla consapevolezza della differenza.

Zaira Cestari

La tipo-logia psicologica. Dalla concezione di pato-logia alla consapevolezza della differenza.

Commento al Seminario

“Dalla pato-logia alla consapevolezza delle differenze: la tipo.logia.” 28 ottobre 2015, Pisa.

“Quando ci interroghiamo sulla natura della coscienza, il fatto, meraviglia tra le meraviglie, che ci impressiona più profondamente, è che non appena avviene un evento nel cosmo, si crea simultaneamente un immagine di esso in noi, dove si sviluppa parallelamente, diventando cosi, cosciente.”

C,G.Jung, Conferenze di Basilea, p.44

Non so giudicare il seminario tenuto ieri sera al Teatro Lux, ma questa citazione vuole in parte esprimere ciò che mi sono portata a casa.

L’atmosfera era per me conflittuale: ambiente accogliente, persone partecipative e interessate, e accanto a tutto cio una distrazione continua data dalle persone che attraversavano il (in quel momento “nostro”) spazio per accedere al corso di inglese che si teneva nella saletta accanto.

Qual’era l’intento principale di questo seminario e delle serate junghiane che partiranno l’11 novembre? Quello di promuovere lo sguardo, l’osservazione, la coscienza. E quando la coscienza emerge le cose si illuminano e le differenze appaiono; le cose diverse iniziano ad essere accostate una all’altra e smettono di essere l’una l’ombra dell’altra.

Ebbene ciò che volevo affrontare si è incarnato: il conflitto si è palesato e si, lo vedo, appunto per questa sorta di “sincronicità”, un buon auspicio per queste serate, per il loro intento. l’attenzione del seminario si è in parte spostata su questo “inconveniente”. E domande sono sorte: è buona cosa affrontare il fastidio da dentro o da fuori? Accettare il limite del fastidio o sentire di aver ragione ad avere fastidio? quando si crea il conflitto? e quando viene superato?

I sintomi sono “simboli della trasformazione” (titolo Opere, V C.G.Jung) e quando si manifestano siamo, volenti o no chiamati al compito di divenire noi stessi.

Ringrazio Carlo Cantisani per la sua certosina ricerca musicale. I brani da lui presentati esprimono l’energia che ogni arche-tipo porta con sè, attirando ed evocando esperienze che ci accomunano.

Invito Carlo a postare sulla pagina Serate Junghiane la serie di brani ascoltati ieri. Grazie.

Mercoledi 28 ottobre 2015 ore 19.00-20.00, Piazza Santa Caterina 6, Pisa

Per le serate junghiane 2015/2016  

Seminario introduttivo alla Tipologia Psicologica: 

Dalla pato-logia alla consapevolezza delle differenze: la tipo-logia psicologica.

 

I conflitti ci sono, sempre. 
Tra sè e sè, tra le persone, tra gruppi, tra stati, tra credi politici e religiosi. 

Piazza Santa Caterina 6, Pisa

Piazza Santa Caterina 6, Pisa


Il conflitto non è stupido, il conflitto porta in se la difficoltà ad andare oltre a ciò che sappiamo bene e vediamo bene. Il conflitto parla della difficoltà e della paura dell’alterità. 

Il conflitto può essere un invito a osservare sè e il mondo un pò come le vignette di trova le differenze. Non c’è una vignetta migliore di un altra. Ci può essere una che ci piace più di un altra.  Cresciamo e coltiviamo quella che ci piace di più, mentre l’altra rimane piccola, bambina,  con le espressioni urgenti tipiche dei bambini: la fantasticheria romantica,  i bisogni di un corpo esigente che richiede soddisfazione immediata, pensieri enormi e autoritari, presentimenti agghiaccianti come se ci fossero qua e là mostri e streghe, per citare macrocategorie tipologiche.

Se concepiamo queste espressioni come malattie, con le relative categorie legate alla pato-logizzazione (pazzia, disturbo d’ansia, ossessione, depressione..) e come se concepissimo come malattia  l’essere bambino. Ma il bambino/a va amato/a e preso/a per mano. Solo così può crescere e interagire più democraticamente con il mondo.

 Zaira Cestari.

Serate junghiane 2015/2016

Mercoledi 11 novembre riprendono le serate junghiane. Questa terza edizione si differenzia dagli anni precedenti per due cambiamenti importanti: la sede e la modalità.

Si svolgeranno in una saletta del Teatro Lux, in Piazza Santa Caterina 6, Pisa. dalle ore 20.00 alle ore 22.00, generalmente il secondo mercoledi di ogni mese.  Per accedere a questa saletta è necessario passare dal palco principale, per cui non sarà possibile entrare dopo le 20.20. Nell’attesa sarà possibile godere dell’aperitivo del bar posto all’ingresso del teatro.

Quest’anno sarà all’insegna di un tema dominanteLa tipologia psicologica: la diversità fuori e dentro la psiche individuale. Ogni serata non avrà una conduzione identica: qualche volta leggeremo, qualche volta discuteremo, qualche volta sarà un piccolo seminario su questo aspetto, tenuto da me o da qualche ospite.

In particolare mercoledi 28 ottobre dalle 19.00 alle 20.00, nella sala principale del Lux, si terrà il seminario suddetto. Sarà un ora di studio introduttivo alla tipologia psicologica, sulle fondamenta di questo sistema di riferimento, sulla sua utilità per il proprio benessere e per il benessere della relazione.

 

Non esistono difficoltà che in ultima analisi non scaturiscano dall’interno di noi stessi

C.G.Jung

 

Brochures serate junghiane. Scarica qui.

 

La coincidenza significativa (sincronicità) nella psicoterapia

Lo studio e il prendersi cura della dimensione psichica è scienza naturale o disciplina umanistica?

E’ possibile studiare scientificamente, avere una conoscenza oggettiva dello strumento stesso di studio? è possibile avere un quadro chiaro e pulito quando oggetto e soggetto sono sovrapponibili?

Non è a questi quesiti che oggi voglio rispondere, ma partire dalla realtà di questi dubbi, che tutt’ora scaldano i dibattiti tra i fan e sostenitori di differenti approcci alla psicoterapia e allo studio della psiche.

Qual’è l’approccio migliore, e per quale tipo di disagio e per quale tipo di personalità?

Esistono modelli di psicoterapia che si dichiarano evidence based (la cui efficacia è basata sulle evidenze) e modelli invece che contestano che una cura della psiche si possa svolgere grazie a delle procedure standard e che l’efficacia di un percorso si possa verificare con dei criteri oggettivi, e che l’unico criterio di validità sia l’alleanza terapeutica. 

Entrambi i modelli esistono ed entrambi ci informano su come possa essere visto il mondo; dall’interno o dall’esterno e da una prospettiva razionale che misura e valuta, o a-razionale,  che percepisce direttamente.

Il mondo può essere visto in tutti questi modi proprio perchè è la psiche stessa a manifestarsi in tutti questi modi. 

Mi sono avvicinata alla psicologia junghiana proprio perchè prendeva in considerazione un principio che ho spontaneamente, fin da piccina, preso come riferimento per continuare, per proseguire: la coincidenza significativa.

Sono fenomeni  che vivevo e vivo come dighe che si aprono e permettono al flusso (vitale, libidico) di continuare a fluire nel suo letto, nella sua via: la tensione insita tra una decisione razionale e un sentire più immediato,  il confronto tra la visione soggettiva con la consapevolezza della realtà oggettiva, trova espressione e risoluzione in quei momenti che chiamavo “fagioli dal cielo“.

Pensavo di essere la sola a vederli, dal momento che per molto tempo non trovai nessuno che non screditasse tali fenomeni come fortuna, caso, qualcosa privo di senso. Tuttavia non ho mai dubito della loro realtà, e della loro sacralità: era per me evidente a un livello intuitivo, ma anche a un livello concreto che la loro manifestazione mi era stata parecchio d’aiuto nel comprendere meglio una situazione.

Nel frattempo lessi di culture sciamaniche e di come questi fenomeni fossero il pane quotidiano per leggere sè e la natura circostante. Poco dopo giunsi a leggere di fisica e della meccanica dei quanti che descriveva un mondo in cui fenomeni di questo tipo avevano un loro posto teorico.

Quando ebbi percorso appunto varie strade (la mia interiore, la soggettiva sciamanica, l’oggettiva della fisica) trovai Jung con la sua sincronicità: arrivai a poter affrontare questo sul piano esterno, nel pensiero e nell’esperienza di un maestro.

Nei suoi scritti trovai esattamente i  miei  fagioli e l’uso di questi fagioli.

La sincronicità. Carl Gustav Jung, 1951

La sincronicità. Carl Gustav Jung, 1951

In Jung trovai dunque il coraggio di legittimare la mie immagini  interiori e  di mettere in pratica ciò che era stato un aiuto per me, anche nel mio lavoro, con i miei pazienti.

Non è raro che nella lettura di un sogno, nel dialogo tra me e il paziente, succedano fenomeni sincronistici, la cui forza e realtà, non è mai messa in dubbio da nessuna delle due parti. Il senso è spesso immediato e questo fa sfumare il pericolo che il paziente (o peggio, io stessa) si identifichi con la sincronicità manifestata, inflazionandosi, ovvero “montandosi la testa” di essere speciale o con qualche potere soprannaturale.

L’immediatezza del senso e il suo manifestarsi come qualcosa che sta al di là di opposti inconciliabili, regala un senso di sollievo appunto da conflitti pesantissimi, un senso di essere al posto giusto nel momento giusto. La semplicità della sincronicità che scaturisce appunto da sistemi complessi (vedi teoria dei sistemi complessi e del comportamento emergente), riporta la sincronicità a qualcosa che può essere sentito come naturale e umanamente vicino.

Dove l’irrazionale è bandito esso suscita fascino e il fascino può accecare.
Dove l’irrazionale è preso come esistente e saggio, viene studiato, e sì, anche razionalmente.

Perchè razionale e a-razionale (o irrazionale) sono la notte e il giorno, la sinistra e la destra, il davanti e il dietro..

Rimando dunque a questo articolo di provenienza statunitense (il link è qui sotto la mia firma).

Buona lettura!!!

Zaira Cestari

Come potremmo utilizzare le coincidenze in psicoterapia: lo scarabeo di Jung