Archivi del mese: marzo 2017

Anoressia, Bulimia: la psiche e il nutrirsi

Il 27 marzo 2017, si è svolta una rubrica online, alla quale ho partecipato come “esperta”, promossa da Professioniste Insieme di Pisa, chiamata “Rispondi all’Esperta”. Il tema affrontato è : Disagi legati al cibo: Anoressia e Bulimia.  Riporto qui il dialogo della rubrica.

Dipinto di Anne Bachelier

Membro di Professioniste Insieme: <<Zaira, l’argomento è molto delicato e ostico. Una cosa che ho notato è che quasi sempre il problema viene affrontato molto tardi, quando magari la persona che ne soffre ha iniziato a mostrare segni abbastanza grossi. Quali sono secondo te i segnali da non sottovalutare nel comportamento di una persona che inizia ad avere questi problemi e in che modo si possono aiutare oltre, ovviamente, ad avvicinarli ad una psicoterapia adeguata? Grazie>>

 

Risposta: <<Ciao. Si, l’argomento è molto delicato e interpretato spesso in modo superficiale come qualcosa di legato all’immagine corporea o ai modelli mediatici. La profondità delle persone che sviluppano un DISAGIO LEGATO AL NUTRIRSI, coinvolge significati difficili da scorgere. In generale il problema del nutrirsi sopraggiunge quando nasce un conflitto tra identità sociale di appartenenza e identità personale ed essenziale, laddove l’identità sociale che si NUTRE dell’appartenenza ad un gruppo sociale ( famiglia, gruppo sportivo, compagnia di amici, gruppo dei coetanei, etc) contrasta molto con l’identità individuale. A livello contestuale ciò richiama il rapporto con, proseguendo dal microsistema al macrosistema, la madre, il femminile in famiglia, il femminile nel sociale e il femminile nella storia ( e qui si chiarisce quanto queste persone manifestano un disagio che parla di storia). Si può pensare a ciò anche se a manifestare il disagio è una persona di sesso maschile. All’interno di questa ottica è importante prestare più attenzione quando la persona mostra gran sensibilità e conflitto nel gestire il suo corpo: da una parte grande ostinazione per fare ciò che vuole e non lasciarsi influenzare dagli altri, dalle mode, dalle abitudini ( cibo, vestiti, ritmi) e dall’altra parte tendenza a lasciarsi andare molto alla situazione sociale in cui si trova dimenticando invece le sue necessità personali. Questò è un conflitto molto profondo, che può portare disagi legati all’alimentazione, laddove alimentarsi è sia rito sociale sia bisogno individuale. I primi segnali di un disagio che già si manifesta tramite il nutrirsi, è quando una persona parla molto di cibo mostrando ansia e quando tenta di avere tanto controllo sulle situazioni sociali di convivio ( cene, pranzi, aperitivi). Un altro segno che però non è univo per i disagi dell’alimentazione è sia un bisogno costante di contatto con il proprio corpo ( esercizi fisici, specchio…) e dell’altro una difficoltà a vivere il proprio corpo ( rigidità muscolare, respiro alto e corto, tendenza frequente alla somatizzazione). L’aiuto non professionale che suggerisco è avvicinarsi a queste persone non come a delle persone che manifestano un disagio, ma come a persone profonde che manifestano un disagio di tutti, quello legato all’ascoltare sè, e la natura, vs ascoltare il sociale, gli altri e cio che si dice sia un “bene”. Quindi a riconoscere una saggezza nel disagio stesso. Altro suggerimento è creare un atmosfera di compagnia priva di regole e di costrizioni, ove la persona si possa sentire a suo agio e non osservata, ma nello stesso tempo “vista”, contenuta e amata. Altro suggerimento ancora è ritrovare dentro di sè, ciò che ci accomuna alla persona e parlare dei propri conflitti interiori con tranquillità, per aiutare la persona a riconoscere i suoi bisogni come non strani e lontani da un mondo sociale. Spero di essere stata utile. Per ulteriori domande potete scrivermi a cestarizaira@gmail.com. Ciao!!!>>

Membro di Professioniste Insieme: <<Grazie Zaira per la risposta, molto esaustiva e spero possa essere di aiuto anche ad altri.>>

Commento al film “Silence” di Martin Scorsese

SILENCE

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Sono forse questi pensieri scomodi, a che forse potrebbero urtare, senza la mia intenzione, chi a fede, ma che forse hanno qualcosa del mondo, nè brutto nè bello. 

Fino alla comparsa dell’interprete giapponese che spiega a Rodriguez qual’è l’epistemologia di riferimento dell’agire giapponese nei confronti dei “conquistadores” cristiani, ho faticato a rimanere nella costanza di finire il film.

La fenomenologia cristiana, mi tocca con una violenza (ad un livello psichico) tale che la violenza giapponese  (fisica) la percepivo poco consistente

L’interprete placa quell’inflazione cristiana che appesantisce gli animi insegnando il rifiuto e la vergogna del male, tanto che la proiezione dell’ombra diventa feroce. L’interprete con grande calma, vede quel complesso che sta agendo ciecamente e che purtroppo ha agito per secoli plasmando la psiche e il pensiero europeo e lo osserva come se lo conoscesse, come se fosse una  delle tante forme dell’energia che agisce nella psiche umana. 

Ho vissuto quella fede estrovertita dei cristiani, questa proiezione di un sè fuori di sè, come qualcosa di distruttivo, come un movimento non verso il centro ma verso la periferia, un movimento che consuma la coscienza, mentre quella feroce dittatura giapponese come una compensazione inconscia a quella coscienza che abbraccia la consolazione di un perdono, la consolazione di fare a meno di sè, di essere stretti da un abbraccio di un padre gigantesco che porta tutte le croci. Mentre Rodriguez vive l’inflazione del buono, il cui orgoglio lo rende il figliol prodigo che lo farà entrare come un eletto tra i ranghi più alti vicino al Padrone chiamato Dio, la ferocia giapponese riporta questa inflazione alla natura, saggia e crudele. 

Nonostante tutta quella violenza, ieri sera, nello sdraiarmi nel fouton giapponese,steso su un tatami giapponese, ho sentito pace. Come se la visione avesse riequilibrato un poco quel sentore di violenza simbolica della chiesa dalla patristica in poi. 

Quei roghi, quelle torture non erano altro che l’ombra stessa di quella religione che ha agito nel nome del bene e del buono. Per servire il padrone. Servire il padrone è tradire se stessi e i propri fratelli. E’ il bravo scolaro la cui intera energia è conquistare il benestare dell’insegnante. 

Tradire se stessi è fidarsi dell’altro. Fede e spiritualità sono forse due opposti incarnati qui da occidente e oriente.  La fede può essere un tradire se stessi, e questo Ferreira lo comprende bene quando asserisce che il Giappone lo ha portato a riavvicinarsi alla propria natura. Rodriguez non può, è più fragile. I cristiani rincorrevano illusioni, lasciando dietro di sè, in una negazione profondissima, ciò che non va bene, pensieri, desideri, persone; mentre i giapponesi impongono saggezza, con violenza fisica. Da una parte i sentimenti, da una parte i pensieri. Non c’è cosa più giusta o cosa più vera. 

Le mie non sono parole politiche, ma dettate da un percepire che da voce a un vissuto spesso celato. Forse il tutto tende a un equilibrio. 

La violenza chiama violenza, l’amore chiama amore. Un estremo può essere riequilibrato solo da un altro estremo. Questo processo è stato chiamato eneantiedromia, e spesso è necessario. 

Spero di non aver urtato nessuno, in tal caso sono disponibile a proseguire il dialogo. 

Commento al Film “Gloria” di J. Cassavetes (1980)

Una notte d’estate (Gloria) è un film del 1980 diretto da John Cassavetes.

Il film ha vinto il Leone d’oro alla 37ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Ricordo che questa non è una recensione, ma un commento al film, da leggere, nel caso non si volesse provare l’effetto spoiler, solo in seguito alla visione del film, al fine di stimolare o confrontare una propria lettura, riflessione, evocata dalle immagini e dalla sonorità del film.

Commento di Zaira Cestari

Durante tutto il film, al di là e oltre, oppure prima, dei temi che caratterizzano l’opera, ho avvertito un filo, forse sottile, ma tenace e che calamita su di sè molte emozioni, espressioni e dialoghi.

Questo filo si rintraccia principalmente appunto tra i dialoghi dei protagonisti, Gloria e il bambino portoricano. Eppure anche quando le conversazioni di Gloria con altri personaggi emergono, rivelano la presenza di quel filo.

Quel filo pare essere teso tra l’esserci e il perdere, tra il “ci sono” e il “non sono per te”, tra l'”affidiamoci”e il “separiamoci”, tra il “vivere” e il “sopravvivere”.

La tensione è sottolineata dalla musica e dai ritmi delle scene, che sono incalzanti, dinamiche e di forte impatto emotivo. Le sparatorie e gli inseguimenti sono solo i contorni del dibattito del susseguirsi delle dimensioni prima indicate.

Il bambino, reagisce agi eventi drammatici guardando il presente e provando ad accettarlo, amarlo, dargli un nome, trovare una sua collocazione dopo aver perso ogni riferimento stabile e ogni coordinata conosciuta. Si rivolge a Gloria adorandola, odiandola, adulandola e offendendola. Gloria  cercando una strada per il bambino, si ritrova a re-immaginare la sua. Entrambi hanno già scelto, e cosi accade quando nella novità si pone un conflitto. La novità porta in se il lutto per il vecchio, ma se non ci fosse scelta non ci sarebbe nemmeno conflitto e tensione.  La scelta, profonda e vera non significa infatti rimozione immediata di ciò che prima era, ma rimescolamento di tutto l’essere, della sua storia e dei suoi fini.

Durante tutto il film si assiste alla bufera che comporta il processo che porta dall’innamoramento all’amore. L’esterno pare a tratti qualcosa che porta respiro, a tratti qualcosa di minaccioso. Gloria aveva il suo equilibrio e la sua indipendenza, tutti presupposti per sperimentarsi donna pienamente senza intrighi, legami, dettami, e impegni di qualche genere. Ma come diceva il nostro Jung da qualche parte, non ci si individua in cima all’Himalaya. Nella solitudine e con se stessi è possibile raggiungere la pace, l’illuminazione, la spiritualità, tutte carte necessarie per un vero incontro con il mondo. Ma l’essere umano non è solo yoga, meditazione, equilibrio con se stessi, è anche essere sociale e essere complesso. In Gloria c’è anche una mamma: il gatto le permetteva di esserlo in un certa misura. Arriva poi il piccolo portoricano che le mostra che forse c’è un’energia piu grande nel suo essere madre.  E durante il film, affrontando le vicissitudini che il mondo e la vita pone, in questo caso complicate e rischiose, si misura con quell’accoglienza che ribalta le priorità, le paure e i desideri.  La nuova dimensione di vita emerge piano piano portando all’epilogo ove la scelta è dichiarata e chiara per tutti.

Anche il bambino percorre piano piano la strada che lo porterà ad appartenere ad una nuova famiglia, ad una nuova casa. La sceglie nel momento in cui , all’inzio del film, entra nella casa di Gloria, diversamente dalla sorella che preferisce morire. Scegliendo se stesso, sceglie anche Gloria, o scegliendo Gloria, sceglie se stesso. L’innamoramento è in atto. Ma prima di divenire la bella mamma, Gloria è dapprima brutta, poi fidanzata da lasciare e da farsi lasciare. I conflitti dovuti al lutto pongono una strenua difesa di fronte al nuovo che arriva. Il nuovo è sabotato, minacciato, ferito, rovinato. Ma se trionfa, è amore.

La scena finale è un trionfo d’amore

 

 

7 marzo 2017, Firenze. Serata junghiana: lo spirito del tempo e lo spirito del profondo.

quaternità

Per la serata del 9 aprile 2017 clicca qui

“Lo spirito del profondo mi ha tolto la ragione e tutte le mie conoscenze, per porle la servizio dell’inesplicabile e del paradossale.Mi ha privato del linguaggio e della scrittura per tutto ciò che non stava al servizio di quest’unica cosa, ossia dell’intima fusione di senso e non senso che produce il senso superiore.” C.G.Jung, Liber Novus, P. 229

“Lo spirito di questo tempo mi parlò e disse: << quale necessità ti obbliga a dire tutto ciò?>> Quella fu una brutta sensazione. Volli riflettere su quale necessità interiore o esterna mi potesse costringere a fare questo, e poichè non trovai alcuna necessità concreta, stavo per crearmene una. Ma in questo modo lo spirito di questo tempo aveva quasi ottenuto che , invece di parlare, io continuassi a riflettere sui motivi e sulle spiegazioni. Lo spirito del profondo però mi parlò e disse: << Capire una cosa è un ponte e una possibilità di tornare in carreggiata, mentre spiegare una cosa è arbitrio e a volte perfino assassinio. Hai contato quanti assassini ci sono tra i dotti?” C.G.Jung, Liber Novus,P. 230

 

Martedi ci addentreremo nei primi passi del Liber Novus, ove Jung affronta le polarità di cui ha sentito la presenza, più o meno conflittuale fin da piccino. In Ricordi Sogni e Riflessioni chiama questi due opposti personalità numero 1 e numero 2 , istanze più personali. Nel Liber Novus, affronta polarità piu tipiche rappresentate dallo spirito del tempo, che porta i valori buoni e cattivi e il senso di quel tempo, e lo spirito del profondo, che porta valori senza tempo, la relatività del senso e il sentore della propria totalità e del centro vitale.
Negli stessi anni Jung comincia a studiare e comporre Tipi Psicologici, l’opera fondamentale della sua equazione personale che vede oscillare la personalità numero 1, portatrice dello spirito del tempo e la personalità numero 2, portatrice dello spirito del profondo. Dalla numero 1 si possono vedere il mondo e le esperienze dalla propria prospettiva che la si puo difendere e si può costruire un’intera vita su di essa. Dalla numero 2 è possibile vedere la dinamica delle varie funzioni psichiche e quindi di diverse prospettive, spesso talmente opposte da essere inconciliabili. La comprensione del mondo, degli altri, di sè e delle proprie relazioni passa attraverso l’esperire e l’osservare le diverse tipologie tipiche, le diverse funzioni, mentre spiegare è adottare un punto di vista che guarda da una precisa tipologia della personalità.
 
Questo libro sebbene illustri il viaggio interiore di un individuo, ci indica però anche la presenza di due istanze archetipiche, la cui presenza è in ognuno di noi: lo spirito del tempo e lo spirito del profondo.
Martedi, presso Associazione La Rosa dell’Arte, via Ghibellina 92 Rosso ore 19.00- 20.30