Zaira Cestari

JULES E JIM di F. Truffaut. FORSENNATA RICERCA DI UN SGUARDO D’AMORE.

JULES E JIM di F. Truffaut.
FORSENNATA RICERCA DI UN SGUARDO D’AMORE.

 Commento al film in seguito alla visione condivisa all’interno

del GRUPPO CINEMA COSTA AIPA

Desidero condividere qualche riga rispetto ai sentimenti suscitati dal film
Questa volta i miei pensieri sono mediati proprio da sentimenti, più che da immagini, riflessioni e sensazioni.
Sono sentimenti che turbano la mia coscienza fatta di scelte e stile di vita.
Ho amato questo film nella mia adolescenza e nella mia giovinezza, mentre attualmente ha suscitato in me a tratti, sentimenti quasi giudicanti, come se osservassi le dinamiche protagoniste della pellicola da un punto di vista di una rigida educatrice. Come se guardassi alla mia recentemente passata giovinezza con ripugnanza.
Alla luce di questa veloce analisi, cercherò di osservare il tutto  con un pochino più di distanza.
Nel film vedo come protagonista la bellezza che si declina nel vivere come atto poetico.
Ogni azione, ogni parola, le forme, sembrano celebrazioni di un vivere poetico che ben rende una forma d’arte, come un film, piacevolmente fruibile. Se l’arte è tante cose, l’arte è anche spettacolo. Con lo spettacolo ci si distrae ( e questo lo sa bene la TV italiana) e ci si eleva dalla natura. L’arte è tipica umana e in quanto tale è technè, ma non è una tecnica finalizzata a qualche azione o scopo preciso. L’arte è tecnica dell’essere, non del fare. E’ anelito all’essere divino. Si fa spettacolo quando si materializza questo divino, questo andare oltre quel che la terra ci offre. E’ eros allo stato puro, privo della pesantezza plumbea della materia.
Jules, Jim e Catherine, ma già anche Theresè, sono rappresentati nella loro persona, nella loro maschera, così come si rappresentano, così come si mostrano. E’ un film sulla maschera? O questo film ignora che alla base di questo fare poesia c’è l’umana e terrena ferita?
La recita è impostata sul tema dell’amore, di cui se ne parla, ma che non se ne vede. L’amore quale? umano o divino?
Intuisco che siano domande che si potrebbero assai approfondire e le lascio lì, come spunti.
I due uomini sono decisamente affascinati, da una figura (proiettata su Catherine), direbbe C.G.Jung, d’Anima, e come lui spiega nelle sue opere, ben si presta alla proiezione d’Anima quella donna caratterizzata da un’incoscienza notevole  <<è addirittura cieca per quanto riguarda il suo modo d agire, il quale si rivela tutt’altro che vantaggioso, non solo per le sue “vittime” ma per lei stessa. (…) Una donna di questo tipo ama infatti le relazioni romantiche e sensazionali in sè e per sè >>  ( C.G.Jung, Gli archetipi e l’inconscio collettivo. Il complesso materno).
Com’era la madre di Chaterine? di quale amore è stata investita?
Si riconosce come il materno è sostituito dall’ opposto eros. Sia nel totalmente materno che nel totalmente eros, l’altro  (e una parte di se stessi) è oggetto accessorio. Non c’è nessun sacrificio reale che porterebbe all’incontro di due anime distinte e separate, vere, umane, ma anche divine nel loro incontro.
Catherine Incarna non un’ipertrofia del materno, ma il suo opposto, la sua ombra, ovvero un’ipertrofia dell’eros.
Nelle sue dinamiche è come se cercasse forsennatamente quello sguardo d’amore che le è mancato, quello sguardo che la guarda, che la riconosce.
Nella ricerca del sensazionale Catherine incontra Jules e Jim, che amano questa sua immagine priva di sostanza. E così Catherine ritrova questi sguardi che non vedono oltre questa personalità, come forse è stata l’esperienza primaria con la madre. E così recita quella parte tesa a suscitare uno sguardo d’amore, ma tragicamente mai verrà, perchè lei stessa se ne discosta, rifuggendolo, sia come amata che come amante e come madre.
A fine film abbiamo osservato il duetto canoro di Jeanne Moreau (Catherine) e Vannessa Paradise. sul tema della Tourbillon de la Vie.
Mi ha colpito la somiglianza delle due attrici. Di fatto sono state scelte per ruoli simili. Si veda (nonostante il nostro ciclo di quest’anno,sia centrato sui temi del’amicizia, ma offro uno spunto futuro) il film di Patrice Leconte, “La ragazza sul ponte”, con protagonista Vanessa Paradise (Adele),. Il dramma da cui parte la vicenda di questo capolavoro si accomuna a quello di Catherine pur procedendo in direzione contraria: Catherine si suicida nel finale del film, Adele inizia il film con un tentativo di suicidio e lo termina salvando il suo amato in un gesto d’amore umano. Adele rappresenta in tutto il film un’energia erotica che lascia la dimensione d’amore (per sè e per i suoi affascinati) in un pozzo nero ignoto.
Anche qui c’è una disperata ricerca di quello sguardo d’amore che desidera e che accudisce, di uno sguardo che è erotico e materno insieme, senza un’ipertrofia di uno o dell’altro. Uno sguardo mai esperito e mai fatto, ma che Adele piano piano trova in sè stessa, differentemente dalla tragicità di Catherine.

LA NASCITA DEGLI OROLOGI una strana storia

L’ANIMA FA ARTE

OROLOGI no.15 – Rivista di Psicologia

pag. 25 di Zaira Cestari
LA NASCITA DEGLI OROLOGI
una strana storia

CLICCA QUI PER SCARICARE LA RIVISTA 

Serate junghiane in Toscana e articolo sulla rivista L’Anima fa Arte

Ieri sera si è svolta l’ultima Serata junghiana di una lunga serie durata 4 anni. Assecondo il mio spirito mercuriale e lascio che le creazioni, donatemi da qualcosa di più grande di me, mutino, si evolvano e lascino il posto ad altre “creature”. Nel nostro paese, esperienze simili stanno già fiorendo, ad esempio a Lecce a cura di Silvana Forchetti e a Sulmona a cura di Francesca Bellini.

Ciò che esiste e ciò che nasce, anche se grazie al nostro lavoro non è nostro, ma è della vita. Nutrirlo e lasciarlo andare sono gli opposti di una stessa qualità, sia che si tratta di un’opera d’arte, di un progetto, di un’azienda o di un figlio. Grazie a tutti per aver contribuito alla vita delle Serate. Intanto vi lascio con l’ultimo numero della rivista (n. 14, dal titolo “Nuvole” ) l’Anima fa Arte, entro cui è presente anche un articolo da me composto, “Calde Nuvole. L’esperienza psichica nella capanna sudatoria” a p. 17.

Per scaricare la rivista in formato PDF: Nuvole

I Sermoni ai morti. Terza Serata junghiana a Firenze

  • Domenica 14 maggio dalle ore 19:30 alle ore 21:00
     
  •  
     
    Galleria la Rosa d’Oro dell’Arte, via Ghibellina 92 rosso, Firenze

     

    Da sempre l’essere umano ha trovato gli insegnamenti della vita dentro di sè. E c’è sempre qualcuno il cui compito è raccogliere gli insegnamenti antichi ed eterni per colmare l’abisso tra inconscio e conscio che separa i vivi dai morti. Riproponendo il mito gnostico, qui Filemone parlerà ai morti che ci tormentano nell’inconscio e nei drammi umani, per ammaestrarli sulle visione della totalità interiore.

    Conduce la serata: Zaira Cestari.

    Per info:

    www.cestarizaira.info
    cestarzaira@gmail.com

    Ingresso libero

La durata della psicoterapia

Articolo in costruzione…

Scrivo questa breve riflessione per cercare di chiarire molti dubbi e paure sull’impegno che comporta la psicoterapia.

la costanza

l’indeterminatezza della durata

l’importanza della ridefinizione  periodica  e di un eventuale chiusura

la dipendenza dall’analista

il limite della relazione terapeutica

Corpo primitivo e Corpo Tecnologico

Primitivo, Tecnologico, Cittadino.

Orvieto, 2016

Techne fuori, imago dentro. Corpo primitivo e corpo tecnologico.

Zaira Cestari

Abstract

La psiche è ovunque. Dentro e fuori.

Tutto ciò che immaginiamo, e quindi creiamo è psiche. Psiche non è solo dentro. Noi siamo nella psiche. Ma psiche non è la nostra coscienza. Non possiamo percepire tutto. Sapere tutto e controllare tutto. Più cerchiamo di controllare qualcosa, più qualcos’altro ci sfugge, come in una legge fisica di omeostasi.

Nella psicologia è clinicamente e fenomenologicamente chiaro che gli esseri umani proiettano all’esterno ciò che è a loro inconscio.

Gli uomini si sono fermati. Hanno costruito e costruiscono attrezzi indispensabili per concretizzare delle intuzioni e delle immagini che vivevano e vivono.

Dentro di sé, a volte impercettibilmente a volte chiaramente, ma fenomenologicamente evidente, gli uomini hanno artigli, zanne, volano e vanno sott’acqua, hanno caverne sicure e esseri viventi minacciosi.

Dentro hanno avventure al limite della sopravvivenza. Fuori di sé, come attraverso l’estensione del corpo, hanno trovato di dominare in qualche modo, attraverso qualche tcenica, il fuoco, hanno messo a punto coltelli e seghe, sottomarini, aeroplani, case meravigliose e guerre spaventose; hanno creato parchi di divertimento, film di vario genere ove rivivere comodamente ciò che è da sempre immaginato e musiche grazie alle quali le emozioni da sempre provate e da sempre umane si riattivano.
Così costruendo macchine che diventano autonome, spaventose e alienanti, l’essere umano ha riprodotto il mondo mesozoico, quello dei grandi sauri, esperienza che è rimasta nel nostro inconscio di scimmia.

E’ necessario tutto ciò? Può essere diverso? Recuperare allora la realtà della natura, nel bene e nel male, recuperare le nostre radici è di fondamentale importanza per vivere più armoniosamente senza dover incorrere in crisi esistenziali così forti come quella attuale.

Pensiero ed esperienza, sono il dentro e il fuori di cui sopra.

In noi vive il primitivo e il tecnologico vive forse fuori di noi. Esiste un ponte tar questi due funzionamenti. Questo ponte esiste nelle immagini, nei sogni, ma anche nel corpo.

Nel corpo è tutto scritto. E’ un documento scritto e orale allo stesso tempo, ed è scritto con una scrittura automatica che è forse possibile decifrare in modo non razionale ma percettivo.

In questa sede, dopo una breve relazione, proporrò un esperienza collettiva di esplorazione immagnifica e sensoriale, ove poter rintracciare quel lungo, complesso e circolare filo che unisce l’abitante della natura con il cittadino abitante tecnologico.

Testo

 

Le macchine che abbiamo inventato sono adesso i nostri padroni, esse sono i nostri nuovi demoni. Esse sono come i vecchi grossi sauri che sono esistiti quando l’uomo ( e donna) era una sorta di scimmia-lucertola (nel tardo mesozoico) e viveva condizionato dalla paura del suono dei loro versi. L’uomo ha ora, con il suo pollice opponibile, inventato di nuovo il mondo mesozoico un altra volta e ridando vita con nuove forme ai mostri che ci schacciano a migliaia con la loro voce e il loro peso:

le enorme macchine nelle fabbriche, le enormi navi e treni e automobili, e tutto quello che è diventato enormemente schacciante tanto che l’uomo è divenuto sua vittima.

Osserviamo la città di New York. Nessuno può dire che si sente un re a New York. Si può giusto sentire una formica sopra un cumolo di formiche e sentire che comunque non conta nulla, è superfluo lì, il cumolo di formiche è l’unica cosa che conta. E’ una città che sembra appartenere a dei giganti, mentre l’uomo è solo una vittima e un servo di quest giganti.

Una grande città rappresenta un relativamente lento olocausto dell’umanità, come Emile Zola si è espresso. L’uomo ha costruito la sua pira funeraria e essa compie il suo compito di distruggerlo, insieme alla terra che lo ospita.

Il compito più alto di un uomo è sottrarre gli animali alla crudeltà.
– Emile Zola

Jung, disse nel 60 (visions seminars, p. 502) : “L’uomo ha portato il pane lontano da milioni di persone,e questo processo di autodistruzione è ancora in corsa senza coscienza; che è davvero il nocciolo della crisi attuale “

Osservando da questa prospettiva vediamo bene come l‘arte è solo un modo particolare di decorare il nido in cui mettiamo le uova .

Ebbene , il punto di vista biologico è che la vita è mangiare, bere, propagare la specie, dormire, 
e morire; ridursi a ciò significa regredire ad uno stato di sola vita biologica. 
Non c'è spazio per lo psichico. 
E' sola natura materiale. E in contrasto con la natura , o al di là della natura è il punto di vista culturale , la nostra civiltà . 
Ma questa è la particolare realizzazione dell'uomo , nessun altro animale ha mai sognato e realizzato la cultura.
È una condizione di per sé , una creazione dovuta all'aumento della coscienza umana , e questo ha prodotto un mondo 
nuovo e diverso .La superficie del mondo è cambiata .Si hanno visioni sottoforma di convinzioni ad esempio, 
rispetto a dove deve andare l'acqua  e la si mette dove l'acqua non è mai stata e non dovrebbe essere : 
un canale che va anche oltre le colline , contro tutte le leggi della natura .
E si hanno visioni di  strade dritte e vengono realizzare , linee rette sulla terra , che non sono mai state viste prima ; 
l'unica linea retta che sia mai esistito in terra era il solco di una meteora .

" Ma la storia insegna che l'uomo civilizzato fin'ora ha distorto troppo la sua parte fisica animale, il suo passato animale, 
e così ciò si manifesta anche, nella realtà esterna: troppa civiltà rende gli animali  e la natura, malati" C.G.Jung, visions seminars, 1960. 

Gli uomini fanno agli animali ciò che sono capaci di fare ai propri simili: 
gli allevamenti di bestiame e i macelli sono il prototipo dei campi di concentramento 
così come c'è analogia tra l'uso degli insetticidi e le armi chimiche, e via dicendo.
S. Mordysnky 

Eppure le cose non sono così semplici come sembra. Il desiderio egoico  (Eros) dell'uomo, è una componente essenziale 
dell'uomo,  discutibile ma c'è e rimarrà sempre così, qualunque sia la filosofia spirituale che dica qualcosa a proposito. 
Il desiderio egoico appartiene proprio a quel lato di natura animale originale dell'uomo che durerà finché l'uomo ha un 
corpo animale.
L'altro lato dell'uomo è correlata alle più alte forme dello spirito, a immagini psichiche, non egoiche. 
L'uomo e le sue opere contribuiscono all'equlibrio solo quando lo spirito e l'istinto, o Il sé e l'ego sono in armonia cosciente.

Se uno o l'altro aspetto manca, il risultato è sempre un tipo o l'altro di rigidità che vira verso il patologico, che sia fisico, 
psichico, sociale, ambientale, politico.

Troppa animalità distorce l'uomo civilizzato ma troppa civiltà rende gli animali malati.

Questo dilemma rivela la grande incertezza rispetto al tema  del desiderio, della cultura, dell'arte e delal tecnologia. 
Perché, in fondo, Eros  (il desiderio) è un potere che trascende il singolo individuo, è archetipico, è comune a tutti. Ma il trionfo sulla natura viene pagato a caro prezzo.
La natura non richiede spiegazioni di principio, ma chiede solo tolleranza (ovvero non violenza) e la saggia misura. 

«Quando alzate lo sguardo al cielo e vi meravigliate della bellezza delle stelle, queste vi appaiono non come sono ora, ma come furono innumerevoli milioni di anni fa. Stando alle apparenze, è una nuova stella quella che vedete risplendere, ma quella stella brillò per la prima volta quando in Egitto regnava Tutankhamon e può darsi che oggi non esista più. Se per miracolo tutte le stelle del cielo venissero spazzate via da un momento all’altro, noi continueremmo a vederle […] ancora: dopodicchè, forse, inizierebbe a scomparire la prima, e venti o cinquant’anni più tardi potrebbero seguirla altre, ma il cielo continuerebbe a starsene là come prima, e ci vorrebbero innumerevoli milioni di anni prima che svanisse l’ultima.

Perciò noi viviamo sempre in tempi in cui cose che sono state esistono ancora. La sola cosa spiacevole è che non sia possibile vedere ciò che si trova nel futuro. Il nostro inconscio, però, è in qualche modo in anticipo rispetto ai nostri occhi e ha una qualche nozione delle cose che saranno, poiché è dal passato più remoto che viene creato il futuro.»

(C.G.Jung – dai seminari dello Zarathustra di Nietzsche tenuti del 1934-39. Edizioni B.Boringhieri, p.48-49, 2014)

 

In questa corsa tecnologica, alla misura, alla vivisezione, del desiderio adolescenziale distruttivo, occorre ritornare alla terra , alla Madre, a recuperare ciò che è stato calpestato per permettere questa corsa. Infatti, affinche questa corsa si riequilibri è necessario ricorrere anche a ciò che ricorda a questa corsa, che non è possibile controllare la natura, possederla, fermarla, e ricrearla.

Lowen suggerisce un atteggiamento di umiltà, di presa di coscienza della propria impotenza nei confronti dell’universo. I suoi esercizi di grounding della bioenergetica mirano proprio al radicamento a terra, al ripristino di un contatto sano con il suolo, con le origini.

L’atteggiamento tipicamente patriarcale del predone va abbandonato. Se l’uomo si fa piccolo, particella di una vastità più ampia, la sua coscienza può espandersi, la natura torna a vivere nella carne ed egli può tornare a sentire in sé la grandezza della forza immensa della natura. Può trascendere.

La bioenergetica si è ispirata dall’osservazione della forza e della sicurezza degli animali, padroni del loro spazio, e dei primitivi, in balia dei fenomeni naturali ma al tempo stesso fedeli alla divinità insita nella natura.

La pratica terapeutica della bioenergetica insegna ad affidarsi, lasciare andare il controllo, lasciarsi andare. Lowen fa la metafora del cavallo: se il cavaliere dovesse svenire, il cavallo lo porterebbe a casa. La parte inferiore del corpo, la parte psichica primitiva va riconosciuta, accetata, contemplata nella sua irrazionalità

Lowen dice: “la personalità integrata si costruisce a partire dal suolo”.

Gli esercizi di grounding che proporrò, sono volti a percepire la terra sotto i piedi, a distinguerne il ritmo e a riconoscere il proprio

Molti disequilibri chiamati disturbi fisici hanno a che fare con una non integrazione dell’inconscio nella vita cosciente e della memoria o coscienza corporea. La memoria del corpo si manifesta spesso con sintomi somatici, sensazioni corporee e sentimenti, tensioni muscolari, e movimenti divenuti abituali.

Riappropiarsi dell’esistenza corporea è una goccia importantissima per quel mare che può controbilanciare la corsa sfrenata del technè contro il primitivo, contro il corpo.

 

 

9 aprile 2017 Serata junghiana a Firenze: Il confronto con l’Io.

Ore 19, 30, Via Ghibellina 92, rosso. Ingresso gratuito.

Finalmente il tema dei prossimi incontri a Firenze finalizzati alla conoscenza del messaggio piu universale contenuto nel Libro Rosso, si è chiarito.

L’intero libro intreccia l’esperienza personale di Carl Gustav Jung con intuizioni che attingono a e colgono dinamiche archetipiche che sottendo al succedersi dei tempi e delle coscienze collettive.

Approfondiremo l’ultima parte del libro, “Le Prove” considerate dai curatori la terza parte del libro, come una sezione a se come le precedenti chiamate “Liber Primus” e “Liber Secundus”. Questa ultima parte chiarifica l’intero viaggio interiore testimoniato nelle parti precedenti. Jung è riuscito a contattare il Sè (la parte totale della psiche, più grane rispetto a cio con cui la nostra identità si, appunto, identifica) e ad osservare l’Io, quella parte della coscienza con il quale l’essere umano si identifica, con certi confini più o meno netti e più o meno saldi. Non si tratta quindi di un viaggio di fuga nell’inconscio come può avvenire in certe esperienze di forte disagio, ma un viaggio di esplorazione per riconnettere l’Io alla totalità.

La scelta di approfondire l’ultima parte dell’Opera si motiva da un osservazione quotidiana e clinica della più diffusa difficoltà dell’essere umano che gli procura regressioni, rigidità e conflitti sia interni che esterni. Il tempo attuale, caratterizzato da un ultima disperata ricerca di un ideale esterno e di una connessione con gli altri e con il mondo attraverso l’esperienza esteriore, manifesta una tendenza collettiva ad un irrigidimento identitario che porta con sè odio, sfiducia e diffidenza verso l’alterità rispetto all’identità dell’Io.

Suggerisco a tutti di leggere personalmente il testo intero per attivare la funzione che percepisce il mondo immaginale ed interiore. Ma in queste sessioni collettive, scelgo ora, di diffondere il senso del limite di questo Io, che penso sia l’unico modo per iniziare ad osservarlo come una parte di sè, e a scorgere che cè altro da osservare, conoscere e accettare per poterlo comprendere (intuitivamente) domare e umanizzare.

Questa sezione è la più connessa alle immagini mandaliche del Libro Rosso (O Liber Novus), come espressione dell’eperienza interiore della totalità psichica. Domenica inizieremo da…

Systema Munditiotius, C.G.Jung (1955)

“Sono riluttante, non riesco ad accettare questo nulla vuoto che sono. Che cosa sono io? Che cosa è il mio “Io”? Ho sempre dato per scontato il mio “Io”. Adesso è lui a stare davanti a me…e io sto davanti a lui. Adesso ti parlo o mio “Io”. (…) Ti lamenti che i tormenti non sono ancora terminati? Lascia che te lo dica: sono appena cominciati. Tu non hai nè pazienza nè serietà. Solo quando si tratta del tuo piacere, tu elogi la tua pazienza. Per questo raddoppierò i tuoi tormenti affinchè impari la pazienza. Tu trovi insopportabile il dolore, ma ci sono cose che fanno ancora piu male e puoi infliggerle agli altri con la massima ingenuità, adducendo come scusa di essere ignaro. ” P.333 Liber Novus, C.G.Jung

Anoressia, Bulimia: la psiche e il nutrirsi

Il 27 marzo 2017, si è svolta una rubrica online, alla quale ho partecipato come “esperta”, promossa da Professioniste Insieme di Pisa, chiamata “Rispondi all’Esperta”. Il tema affrontato è : Disagi legati al cibo: Anoressia e Bulimia.  Riporto qui il dialogo della rubrica.

Dipinto di Anne Bachelier

Membro di Professioniste Insieme: <<Zaira, l’argomento è molto delicato e ostico. Una cosa che ho notato è che quasi sempre il problema viene affrontato molto tardi, quando magari la persona che ne soffre ha iniziato a mostrare segni abbastanza grossi. Quali sono secondo te i segnali da non sottovalutare nel comportamento di una persona che inizia ad avere questi problemi e in che modo si possono aiutare oltre, ovviamente, ad avvicinarli ad una psicoterapia adeguata? Grazie>>

 

Risposta: <<Ciao. Si, l’argomento è molto delicato e interpretato spesso in modo superficiale come qualcosa di legato all’immagine corporea o ai modelli mediatici. La profondità delle persone che sviluppano un DISAGIO LEGATO AL NUTRIRSI, coinvolge significati difficili da scorgere. In generale il problema del nutrirsi sopraggiunge quando nasce un conflitto tra identità sociale di appartenenza e identità personale ed essenziale, laddove l’identità sociale che si NUTRE dell’appartenenza ad un gruppo sociale ( famiglia, gruppo sportivo, compagnia di amici, gruppo dei coetanei, etc) contrasta molto con l’identità individuale. A livello contestuale ciò richiama il rapporto con, proseguendo dal microsistema al macrosistema, la madre, il femminile in famiglia, il femminile nel sociale e il femminile nella storia ( e qui si chiarisce quanto queste persone manifestano un disagio che parla di storia). Si può pensare a ciò anche se a manifestare il disagio è una persona di sesso maschile. All’interno di questa ottica è importante prestare più attenzione quando la persona mostra gran sensibilità e conflitto nel gestire il suo corpo: da una parte grande ostinazione per fare ciò che vuole e non lasciarsi influenzare dagli altri, dalle mode, dalle abitudini ( cibo, vestiti, ritmi) e dall’altra parte tendenza a lasciarsi andare molto alla situazione sociale in cui si trova dimenticando invece le sue necessità personali. Questò è un conflitto molto profondo, che può portare disagi legati all’alimentazione, laddove alimentarsi è sia rito sociale sia bisogno individuale. I primi segnali di un disagio che già si manifesta tramite il nutrirsi, è quando una persona parla molto di cibo mostrando ansia e quando tenta di avere tanto controllo sulle situazioni sociali di convivio ( cene, pranzi, aperitivi). Un altro segno che però non è univo per i disagi dell’alimentazione è sia un bisogno costante di contatto con il proprio corpo ( esercizi fisici, specchio…) e dell’altro una difficoltà a vivere il proprio corpo ( rigidità muscolare, respiro alto e corto, tendenza frequente alla somatizzazione). L’aiuto non professionale che suggerisco è avvicinarsi a queste persone non come a delle persone che manifestano un disagio, ma come a persone profonde che manifestano un disagio di tutti, quello legato all’ascoltare sè, e la natura, vs ascoltare il sociale, gli altri e cio che si dice sia un “bene”. Quindi a riconoscere una saggezza nel disagio stesso. Altro suggerimento è creare un atmosfera di compagnia priva di regole e di costrizioni, ove la persona si possa sentire a suo agio e non osservata, ma nello stesso tempo “vista”, contenuta e amata. Altro suggerimento ancora è ritrovare dentro di sè, ciò che ci accomuna alla persona e parlare dei propri conflitti interiori con tranquillità, per aiutare la persona a riconoscere i suoi bisogni come non strani e lontani da un mondo sociale. Spero di essere stata utile. Per ulteriori domande potete scrivermi a cestarizaira@gmail.com. Ciao!!!>>

Membro di Professioniste Insieme: <<Grazie Zaira per la risposta, molto esaustiva e spero possa essere di aiuto anche ad altri.>>

Commento al film “Silence” di Martin Scorsese

SILENCE

th

Sono forse questi pensieri scomodi, a che forse potrebbero urtare, senza la mia intenzione, chi a fede, ma che forse hanno qualcosa del mondo, nè brutto nè bello. 

Fino alla comparsa dell’interprete giapponese che spiega a Rodriguez qual’è l’epistemologia di riferimento dell’agire giapponese nei confronti dei “conquistadores” cristiani, ho faticato a rimanere nella costanza di finire il film.

La fenomenologia cristiana, mi tocca con una violenza (ad un livello psichico) tale che la violenza giapponese  (fisica) la percepivo poco consistente

L’interprete placa quell’inflazione cristiana che appesantisce gli animi insegnando il rifiuto e la vergogna del male, tanto che la proiezione dell’ombra diventa feroce. L’interprete con grande calma, vede quel complesso che sta agendo ciecamente e che purtroppo ha agito per secoli plasmando la psiche e il pensiero europeo e lo osserva come se lo conoscesse, come se fosse una  delle tante forme dell’energia che agisce nella psiche umana. 

Ho vissuto quella fede estrovertita dei cristiani, questa proiezione di un sè fuori di sè, come qualcosa di distruttivo, come un movimento non verso il centro ma verso la periferia, un movimento che consuma la coscienza, mentre quella feroce dittatura giapponese come una compensazione inconscia a quella coscienza che abbraccia la consolazione di un perdono, la consolazione di fare a meno di sè, di essere stretti da un abbraccio di un padre gigantesco che porta tutte le croci. Mentre Rodriguez vive l’inflazione del buono, il cui orgoglio lo rende il figliol prodigo che lo farà entrare come un eletto tra i ranghi più alti vicino al Padrone chiamato Dio, la ferocia giapponese riporta questa inflazione alla natura, saggia e crudele. 

Nonostante tutta quella violenza, ieri sera, nello sdraiarmi nel fouton giapponese,steso su un tatami giapponese, ho sentito pace. Come se la visione avesse riequilibrato un poco quel sentore di violenza simbolica della chiesa dalla patristica in poi. 

Quei roghi, quelle torture non erano altro che l’ombra stessa di quella religione che ha agito nel nome del bene e del buono. Per servire il padrone. Servire il padrone è tradire se stessi e i propri fratelli. E’ il bravo scolaro la cui intera energia è conquistare il benestare dell’insegnante. 

Tradire se stessi è fidarsi dell’altro. Fede e spiritualità sono forse due opposti incarnati qui da occidente e oriente.  La fede può essere un tradire se stessi, e questo Ferreira lo comprende bene quando asserisce che il Giappone lo ha portato a riavvicinarsi alla propria natura. Rodriguez non può, è più fragile. I cristiani rincorrevano illusioni, lasciando dietro di sè, in una negazione profondissima, ciò che non va bene, pensieri, desideri, persone; mentre i giapponesi impongono saggezza, con violenza fisica. Da una parte i sentimenti, da una parte i pensieri. Non c’è cosa più giusta o cosa più vera. 

Le mie non sono parole politiche, ma dettate da un percepire che da voce a un vissuto spesso celato. Forse il tutto tende a un equilibrio. 

La violenza chiama violenza, l’amore chiama amore. Un estremo può essere riequilibrato solo da un altro estremo. Questo processo è stato chiamato eneantiedromia, e spesso è necessario. 

Spero di non aver urtato nessuno, in tal caso sono disponibile a proseguire il dialogo. 

Commento al Film “Gloria” di J. Cassavetes (1980)

Una notte d’estate (Gloria) è un film del 1980 diretto da John Cassavetes.

Il film ha vinto il Leone d’oro alla 37ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Ricordo che questa non è una recensione, ma un commento al film, da leggere, nel caso non si volesse provare l’effetto spoiler, solo in seguito alla visione del film, al fine di stimolare o confrontare una propria lettura, riflessione, evocata dalle immagini e dalla sonorità del film.

Commento di Zaira Cestari

Durante tutto il film, al di là e oltre, oppure prima, dei temi che caratterizzano l’opera, ho avvertito un filo, forse sottile, ma tenace e che calamita su di sè molte emozioni, espressioni e dialoghi.

Questo filo si rintraccia principalmente appunto tra i dialoghi dei protagonisti, Gloria e il bambino portoricano. Eppure anche quando le conversazioni di Gloria con altri personaggi emergono, rivelano la presenza di quel filo.

Quel filo pare essere teso tra l’esserci e il perdere, tra il “ci sono” e il “non sono per te”, tra l'”affidiamoci”e il “separiamoci”, tra il “vivere” e il “sopravvivere”.

La tensione è sottolineata dalla musica e dai ritmi delle scene, che sono incalzanti, dinamiche e di forte impatto emotivo. Le sparatorie e gli inseguimenti sono solo i contorni del dibattito del susseguirsi delle dimensioni prima indicate.

Il bambino, reagisce agi eventi drammatici guardando il presente e provando ad accettarlo, amarlo, dargli un nome, trovare una sua collocazione dopo aver perso ogni riferimento stabile e ogni coordinata conosciuta. Si rivolge a Gloria adorandola, odiandola, adulandola e offendendola. Gloria  cercando una strada per il bambino, si ritrova a re-immaginare la sua. Entrambi hanno già scelto, e cosi accade quando nella novità si pone un conflitto. La novità porta in se il lutto per il vecchio, ma se non ci fosse scelta non ci sarebbe nemmeno conflitto e tensione.  La scelta, profonda e vera non significa infatti rimozione immediata di ciò che prima era, ma rimescolamento di tutto l’essere, della sua storia e dei suoi fini.

Durante tutto il film si assiste alla bufera che comporta il processo che porta dall’innamoramento all’amore. L’esterno pare a tratti qualcosa che porta respiro, a tratti qualcosa di minaccioso. Gloria aveva il suo equilibrio e la sua indipendenza, tutti presupposti per sperimentarsi donna pienamente senza intrighi, legami, dettami, e impegni di qualche genere. Ma come diceva il nostro Jung da qualche parte, non ci si individua in cima all’Himalaya. Nella solitudine e con se stessi è possibile raggiungere la pace, l’illuminazione, la spiritualità, tutte carte necessarie per un vero incontro con il mondo. Ma l’essere umano non è solo yoga, meditazione, equilibrio con se stessi, è anche essere sociale e essere complesso. In Gloria c’è anche una mamma: il gatto le permetteva di esserlo in un certa misura. Arriva poi il piccolo portoricano che le mostra che forse c’è un’energia piu grande nel suo essere madre.  E durante il film, affrontando le vicissitudini che il mondo e la vita pone, in questo caso complicate e rischiose, si misura con quell’accoglienza che ribalta le priorità, le paure e i desideri.  La nuova dimensione di vita emerge piano piano portando all’epilogo ove la scelta è dichiarata e chiara per tutti.

Anche il bambino percorre piano piano la strada che lo porterà ad appartenere ad una nuova famiglia, ad una nuova casa. La sceglie nel momento in cui , all’inzio del film, entra nella casa di Gloria, diversamente dalla sorella che preferisce morire. Scegliendo se stesso, sceglie anche Gloria, o scegliendo Gloria, sceglie se stesso. L’innamoramento è in atto. Ma prima di divenire la bella mamma, Gloria è dapprima brutta, poi fidanzata da lasciare e da farsi lasciare. I conflitti dovuti al lutto pongono una strenua difesa di fronte al nuovo che arriva. Il nuovo è sabotato, minacciato, ferito, rovinato. Ma se trionfa, è amore.

La scena finale è un trionfo d’amore