Babadook. Cosa si può celare nell’horror.

La paura nasce dalla presenza di un muro, eppure è in esso che cerca conforto.
La paura nasce dalla ferita e tende a perpetuare questa ferita come a non volerla vedere, la ferita fa infezione se non vista e curata.
Foto di una scena tratta dal film Babadook (2014)

Foto di una scena tratta dal film Babadook (2014)

In Babadook (A Bad Book) la protagonista teme il suo conflitto. Teme il  muro tra odio e amore. E tra amore e potere. Non può guardare questo muro, e cosi non può trasformarlo, scavalcarlo, abbatterlo. Ma così esso si erge sempre piu alto, e dall’interno si estende all’esterno. Prima nella scrittura di un libro, e poi, nel suo bambino.
Ma il bambino, proprio perchè è bambino, non ha cosi paura e vede il muro. Sa che esso c’è. La mamma no. La mamma razionalizza e vuole separare bene e male, vero e falso.  Così il muro arriva a dividere anche il mondo esterno. Vita e morte. Realtà rassicurante e le ombre di questa realtà. Ciò che era in lei, e poi nel libro, diviene vivo ovunque e sempre.  La mamma vede questa cesura, questo crepaccio solo quando l’energia che si crea da quella faglia crea immagini, che si stagliano sulla protagonista fino a farle guardare la ferita.  Lì, la paura cessa. Anche in me che guardavo il film. La tensione dell’horror si è trasformato in puro dolore e in pianto. Ho riconosciuto il simbolo della ferita originaria. Quella ferita che va accolta, comunque e indipendentemente da quanto essa sia grande o profonda. Ognuno si porta una ferita, è la stessa per tutti, ma ogni ferita è unica per forma, dimensioni, localizzazione. Questa ferita mai sparirà, ma se riconosciuta la  si potrà curare, cicatrizzare, accarezzare.
Grazie a Jennifer Kent, la regista, che è andata in fondo a interrogare esperienze forse personali, forse universali, ma probabilmente entrambe le cose.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *