Psicosomatica

Anoressia, Bulimia: la psiche e il nutrirsi

Il 27 marzo 2017, si è svolta una rubrica online, alla quale ho partecipato come “esperta”, promossa da Professioniste Insieme di Pisa, chiamata “Rispondi all’Esperta”. Il tema affrontato è : Disagi legati al cibo: Anoressia e Bulimia.  Riporto qui il dialogo della rubrica.

Dipinto di Anne Bachelier

Membro di Professioniste Insieme: <<Zaira, l’argomento è molto delicato e ostico. Una cosa che ho notato è che quasi sempre il problema viene affrontato molto tardi, quando magari la persona che ne soffre ha iniziato a mostrare segni abbastanza grossi. Quali sono secondo te i segnali da non sottovalutare nel comportamento di una persona che inizia ad avere questi problemi e in che modo si possono aiutare oltre, ovviamente, ad avvicinarli ad una psicoterapia adeguata? Grazie>>

 

Risposta: <<Ciao. Si, l’argomento è molto delicato e interpretato spesso in modo superficiale come qualcosa di legato all’immagine corporea o ai modelli mediatici. La profondità delle persone che sviluppano un DISAGIO LEGATO AL NUTRIRSI, coinvolge significati difficili da scorgere. In generale il problema del nutrirsi sopraggiunge quando nasce un conflitto tra identità sociale di appartenenza e identità personale ed essenziale, laddove l’identità sociale che si NUTRE dell’appartenenza ad un gruppo sociale ( famiglia, gruppo sportivo, compagnia di amici, gruppo dei coetanei, etc) contrasta molto con l’identità individuale. A livello contestuale ciò richiama il rapporto con, proseguendo dal microsistema al macrosistema, la madre, il femminile in famiglia, il femminile nel sociale e il femminile nella storia ( e qui si chiarisce quanto queste persone manifestano un disagio che parla di storia). Si può pensare a ciò anche se a manifestare il disagio è una persona di sesso maschile. All’interno di questa ottica è importante prestare più attenzione quando la persona mostra gran sensibilità e conflitto nel gestire il suo corpo: da una parte grande ostinazione per fare ciò che vuole e non lasciarsi influenzare dagli altri, dalle mode, dalle abitudini ( cibo, vestiti, ritmi) e dall’altra parte tendenza a lasciarsi andare molto alla situazione sociale in cui si trova dimenticando invece le sue necessità personali. Questò è un conflitto molto profondo, che può portare disagi legati all’alimentazione, laddove alimentarsi è sia rito sociale sia bisogno individuale. I primi segnali di un disagio che già si manifesta tramite il nutrirsi, è quando una persona parla molto di cibo mostrando ansia e quando tenta di avere tanto controllo sulle situazioni sociali di convivio ( cene, pranzi, aperitivi). Un altro segno che però non è univo per i disagi dell’alimentazione è sia un bisogno costante di contatto con il proprio corpo ( esercizi fisici, specchio…) e dell’altro una difficoltà a vivere il proprio corpo ( rigidità muscolare, respiro alto e corto, tendenza frequente alla somatizzazione). L’aiuto non professionale che suggerisco è avvicinarsi a queste persone non come a delle persone che manifestano un disagio, ma come a persone profonde che manifestano un disagio di tutti, quello legato all’ascoltare sè, e la natura, vs ascoltare il sociale, gli altri e cio che si dice sia un “bene”. Quindi a riconoscere una saggezza nel disagio stesso. Altro suggerimento è creare un atmosfera di compagnia priva di regole e di costrizioni, ove la persona si possa sentire a suo agio e non osservata, ma nello stesso tempo “vista”, contenuta e amata. Altro suggerimento ancora è ritrovare dentro di sè, ciò che ci accomuna alla persona e parlare dei propri conflitti interiori con tranquillità, per aiutare la persona a riconoscere i suoi bisogni come non strani e lontani da un mondo sociale. Spero di essere stata utile. Per ulteriori domande potete scrivermi a cestarizaira@gmail.com. Ciao!!!>>

Membro di Professioniste Insieme: <<Grazie Zaira per la risposta, molto esaustiva e spero possa essere di aiuto anche ad altri.>>

Crisi, rito e malattia

L’emersione della malattia, qualunque forma energetica assuma (conflitto, ansia,insonnia, blocco, febbre, massa, infiammazione, ….), può essere intesa come un rito di passaggio. Impone infatti alla coscienza una necessità di ridefinire i confini tra sè e la collettività, e di entrare in una nuova fase che implica passaggi e lasciti.

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Quando si inizia ad amare anche la morte e la malattia, sopraggiunge l’amore per se e quindi la forza e il coraggio per manifestare l’energia creativa.

Zaira Cestari

Diversi concetti di malattia e diverse concezioni della medicina

 Ognuno si porta una ferita, è la stessa per tutti, ma ogni ferita è unica per forma, dimensioni, localizzazione, profondità. Questa ferita mai sparirà, ma se riconosciuta la si potrà curare, cicatrizzare, accarezzare. E diverrà bellissima.

Zaira Cestari

Il concetto di malattia in occidente si attiene ad una risposta terapeutica che si avvale della medicina farmaceutica e trova la sua prima espressione scientifica in una delle correnti della medicina ippocratica, con la sua attenzione ai sintomi fisici del malato.

Assume formulazione sistematica con il dualismo cartesiano che separa l’anima dal corpo: la prima, in questa visione, è di competenza della metafisica, la seconda, della fisica.

Sono diversi i sistemi di rappresentazione diffusisi attraverso il punto di vista cartesiano, ampiamente prevalente nella nostra società, diversi sono i pregiudizi spontanei che l’accompagnano, o meglio, diverse sono le interpretazioni “colte” e le reinterpretazioni “popolari”, all’interno del discorso medico, della concezione dualistica dell’uomo.

Ad esempio, il concetto di entità morbosa ed il relativo pensiero ontologico, secondo il quale la malattia ha una sua propria essenza, autonoma ed indipendente dall’individuo che la soffre, trova fondamento nell’adozione del modello botanico come modello epistemologico di riferimento: questo, basato sulla ricerca delle proprietà “essenziali” delle malattie, permette così di catalogarle , di suddividerle in famiglie, in generi. Questo modo di considerare la malattia è tipico dell’intera intelligenza medica occidentale, animata da un progetto nosologico che isola la malattia del malato e classifica le patologie in specie.

Con la nascita dell’anatomopatolgia, approccio medico basato sulle “lesioni organiche”, appare la visone secondo la quale, l’alterazione funzionale corrisponde all’alterazione organica, pensiero presente tutt’ora tra i medici praticanti. Nel modello ontologico, la malattia è sempre riconducibile ad una causa precisa, che presenta sintomi caratteristici e lesioni che le sono proprie: è una rappresentazione che percepisce la malattia secondo le categorie di entrata e di uscita; il corpo del malato viene connotato come luogo fisico dello scontro accidentale fra forze d’intensità variabile.

Tale modello ha trovato inoltre pregnanze nelle rappresentazioni popolari dei malati. Esiste infatti la visone della malattia come cosa, come sostanza, come non io, come essere anonimo con cui l’uomo vive una lotta estenuante. I racconti dei malati sulla loro malattia, fanno riferimento a “coordinate geografiche”, con la localizzazione della causa, la provenienza dell’agente responsabile, la determinazione della sede e la “spazializzazione” regionale delle malattie nel corpo, si riconducono sempre allo spazio corporeo e/o ad una sua parte.

Solo più tardi sono nati modelli alternativi come l’omeopatico e la psicoanalisi, con un pensiero rivolto verso la storia. Il loro procedimento clinico si fonda sul racconto dell’individuo che, nel quadro di una sua temporalità, descrive la genesi della sua sofferenza e i processi evolutivi e maturativi del suo male; si basa inoltre sull’ascolto e sulla ricostruzione genealogica per la formulazione di una diagnosi e di una prognosi.

Nel pensiero degli approcci medici fin qui accennati, emerge la tendenza a non considerare l’uomo come un tutto, cioè un’unità inseparabile di corpo ed anima, ma un’insieme di tanti settori indipendenti da “riparare” man mano che si alterano.

Diversamente, i cosiddetti modelli olistici, diffusi specialmente in Oriente, considerano l’uomo globalmente, e concepiscono la malattia attraverso interpretazioni psicologiche e “metafisiche”. La malattia viene considerata come l’effetto della disarmonia fra il microcosmo e il macrocosmo, e il processo di guarigione è visto come un riequilibrarsi cosmico. Questo sistema di rappresentazione si esprime nell’insieme delle medicine popolari di tradizione orale, europee ed extraeuropee, e nella maggior parte dei sistemi tradizionali organizzati in corpus scritti come l’antica medicina cinese. Molti approcci olistici alla medicina considerano la malattia come un messaggio di comunicazione al corpo: malattia significa dunque sparizione dell’armonia o la messa in discussione di un ordine che fino a questo momento era stato in equilibrio.

Il corpo è  il piano dell’espressione e realizzazione della coscienza e di tutti i processi e i mutamenti che avvengono nella coscienza. Quando su di un piano psichico viene a mancare di equilibrio, questa situazione diviene visibile e sperimentabile nel corpo.Di conseguenza, il corpo non è ammalato, ma l’uomo è in uno stato di disequilibrio, di estremo mutamento, e tale fenomeno si rivela nel corpo sotto forma di sintomo.

I sintomi sono tanti e diversi, ma sono tutti espressione di una scisssione conscio-inconscio. Sono simboli che si manifestano ad un livello preconscio. In occidente questo modo di vedere è assunto dal modello psicosomatico, con la differenza che questo non lo applica a tutti i sintomi, ma li differenzia in base al livello di evidenza di un’influenza psicologica nella patologia. La parola psicosomatica è relegata quindi a una sfera temporale: psicosomatico è ciò in cui si evidenzia un’influenza psichica sul materico. Siamo ancora all’interno di un paradigma patriarcale, cattolico, occidentale che sostiene la direzione che linearmente prosegue separando ciò che incontra e sè dall’origine. La compresenza di prima e dopo e di psiche e materia, data la quale noi saremmo esseri psicosomatici, non è contemplata dalla psicosomatica istituzionale.

Tao Te Ching

 

In occidente, attraverso i secoli, ha guadagnato una posizione d’importanza un sistema medico che fa riferimento alla malattia in sé, che si avvale di rappresentazioni della patologia appartenenti al modello ontologico di natura fisica.

Ho già accennato all’origine ippocratica dell’espressione scientifica dell’idea di malattia come “essenza”.

All’interno di questa visione, il modello epistemologico di riferimento può essere di natura fisica, naturalistica (botanica), chimica o biochimica. Ognuna di queste diverse raffigurazioni, ha posto l’accento su un aspetto particolare della malattia: ad esempio una visione “specifista” tenta di scoprire l’origine del male e la trova sempre estranea al corpo, in un ente patogeno; mentre una concezione anatomopatologica si è occupata di classificare le patologie e di trovare la localizazione della causa, identificando la malattia nel punto preciso in cui s’inscrive nel corpo. Per questo si può dire che <<la differenziazione delle malattie è nata da un modo di sentire geografico>> (Laplantine Francois, “Antropologia della malattia”, Firenze, Sansoni, pag. 52)

La coscienza medica positivista, sia del medico, come del suo paziente, ha condotto alla reificazione della malattia.

La visione ontologica permette di circoscrivere le malattie. L’anatomia, per esempio, ha determinato il punto esatto di un male concentrato in un organo, permettendo così alla chirurgia di intervenire. In questo caso, si parla di medicina oggettiva riferendosi al processo di oggettivazione della malattia, attraverso cui il medico dà un nome al male e lo localizza.

Con il tempo, lo studio sulla struttura del corpo umano, ha portato all’approfondimento del suo funzionamento in ogni parte presa separatamente. Si è passati quindi da una comprensione delle lesioni ad una comprensione funzionale, da una cognizione sostanzialista ad una relazionale e dalla nozione di spazio a quella di tempo ( in cui si considera la storia del sintomo e le condizioni previe al suo sorgere). Anche questa visione è nata dalla medicina ippocratica, ma sembra derivare da un’altra sua corrente, quella “umorale”, basata su assunti che appaiono agli antipodi di quelli formulati dalla visione ontologica.

La medicina “umorale” ha inteso i sintomi non come effetto di un agente patogeno estraneo al malato, ma come variazione di uno dei quattro umori, teorizzati come costituenti l’uomo ( il sangue, la flemma o flegma, la bile gialla e la bile nera). La salute è stata pensata come la giusta proporzione delle quattro componenti all’interno del corpo, mentre la malattia è dovuta ad uno squilibrio provocato sia dall’eccesso sia dal difetto di una di queste. Ogni individuo appartiene ad un “tipo”, caratterizzato dal suo proprio equilibrio e alla predisposizione ad un certo squilibrio.

Nel XVI secolo, l’anatomia diviene “animata”: è nata la fisiologia. L’organismo venne considerato in modo dinamico e funzionale: non viene più preso in esame l’organo, ma la sua funzione, ad esempio, non il muscolo, ma la sua contrazione.

La comprensione fisiologica, ha considerato la causa della malattia non rintracciabile in un agente patogeno, ma nello sforzo dell’organismo nel combatterlo, di conseguenza, l’attenzione è stata posta non tanto sugli organi, ma sui disordini funzionali, responsabili delle lesioni. Progressivamente ci si è orientati verso l’idea che la malattia è funzione fisiologica deviata.

Il pensiero alla base della fisiologia ha percorso un lungo e diversificato cammino, che è partito dai lavori di Claude Bernard, imperniati sulla dinamica delle funzioni, in particolare dei liquidi. In particolare, studiando le funzioni del fegato, ha dimostrato come una malattia, non è alterazione qualitativa, ma quantitativa. Quindi la patologia è il risultato di una disfunzione, cioè di una variazione per esagerazione o per attenuazione del funzionamento normale dell’organismo. Malattia e salute non sono più considerate come due diverse qualità in lotta fra loro , ma come semplici modificazioni fisiologiche.

Per Bernard, patologico è tutto quanto si discosta dal normale, dato che solo l’alterazione da uno stato all’altro può essere misurata. L’approccio quantitativo, proprio della fisiologia, è nato dunque da una scelta metodologica: la scelta di un modello di riferimento scientifico che è il modello fisico postulante la necessità di misurare le eventuali variazioni.

La malattia rappresenta un’alterazione dovuta all’alterazione della vita stessa. Un secondo fisiologo, Bichat ha formulato il cosiddetto “ vitalismo medico” che pone l’accento sulla specificità dell’essere vivente. Egli ha parlato di “ vita patologica”, riferendosi alla tendenza della vita a funzionare normalmente, ma anche ad alterarsi, ovvero a degenerare verso la malattia o a tendere verso la morte.

Con Bernard e con Bichat, la malattia ha cessato di essere una realtà a sé stante.

Broussais nel XIX secolo, ha sancito la frattura con l’ontologia medica, a favore del pensiero biologico dell’epoca. Egli ha parlato di una medicina delle reazioni patologiche: la malattia consiste nella reazione dell’organismo e nel sovraccarico irritativo dei tessuti , considerato responsabile della maggior parte dei disturbi patologici.

Questo modello funzionale in biomedicina si è evoluto grazie ad una serie di ricerche del XX secolo. È cominciato un approfondimento di quei processi morbosi in cui non compaiono lesioni organiche, oppure in cui la lesione è secondaria rispetto ad una perturbazione più generale dell’equilibrio (nervoso, ormonale). Si tratta di quelle malattie in cui non si trova nessun agente patogeno propriamente inteso, o che non hanno una localizzazione precisa.

Dal momento che la lesione non è più stata considerata la responsabile della malattia, viene vista come la complicazione del male, la conseguenza anatomica di una disfunzione che le preesisteva.

Leriche ha dimostrato che le malattie originate da disfunzioni sono in grado di provocare autentiche affezioni organiche.

Il divario fra la medicina ippocratica e neo-ippocratica e la patofisiologia moderna e contemporanea è profondo. Si ha soprattutto il predominio del modello epistemologico, mutuato dalle scienze sperimentali e tendente a fare della medicina una scienza esatta, a somiglianza della fisica e della chimica: la rottura con le nozioni di umore, temperamento, carattere, tipo, considerate ormai speculative e prescientifiche, la minore considerazione attribuita all’esame clinico e all’individualità del malato e la convinzione che, in patologia, lo sforzo dell’organismo per difendersi è spesso inadeguato, sono assunti in totale contraddizione con il precetto di natura medicatrix ( natura guaritrice) di Ippocrate.

La medicina si è evoluta quindi verso nuovi paradigmi, riferendosi a nuove epistemologie, abbandonando e dimenticando il passato. Ma fino a questo punto, non si è curata di integrare il vecchio con il nuovo. La nozione di germe patogeno e quella di lesione organica, sono passati in secondo piano rispetto ai disturbi funzionali, ritrovabili a livello dei tessuti, delle cellule, delle molecole.

Solo con Bichat, si è passati al procedimento anatomo-clinico, basato su assunti analoghi a quelli che ispirarono la psicoanalisi. Tale procedimento consiste nella determinazione del rapporto tra i sintomi osservati all’esame clinico sul vivente e le lesioni organiche constatate sul morto attraverso l’autopsia. La lettura medica è divenuta a “doppio accesso”: una geografia medica del corpo basata sulla differenziazione nello spazio degli organi e sulla ricerca dei danni, ha smesso di opporsi ad una storia del soggetto basata sullo studio dinamico dei processi patologici. Una medicina che dedica attenzione a quanto il malato dice e a quanto può essere letto sul suo corpo, non è più risultata in antitesi con una medicina che dà preminenza assoluta a quel che succede nella profondità del corpo.

Ma due secoli dopo Bichat, la comprensione attuale della malattia, continua ad oscillare tra il polo organico e lo spaziale, tra il polo psicofisiologico e il temporale. E anche nel caso in cui un terapeuta operi cercando di integrare le due estremità della visione anatomo-clinica della malattia, è difficile che il pensiero non vacilli, fino ad optare per uno dei due modi di intendere, a detrimento dell’altro.

In definitiva, ora può essere la ricerca ossessiva della localizzazione del male che prende il sopravvento sullo studio dei processi funzionali e sull’analisi semiologica, o può essere il contrario. Ma il modello anatomo-clinico, introduce un ordine di precedenza fra l’anatomia e la clinica: solo lo studio dell’anatomia è riconosciuto come forte sostenitore della legittimità clinica, pur senza opporsi a questa. Lo studio semiologico, senza essere rinnegato, è considerato come espressione e risultato dell’appoggio anatomico.

Il tempo non viene negato a vantaggio dello spazio, e la storia del soggetto non viene smentita a profitto della “geografia” corporea, tuttavia è lo spazio che crea le fondamenta per il tempo, e la geografia per la storia.

Tuttavia con la psicologia complessa, inaugurata da C.G.Jung, medico, psichiatra, psicologo analista e grande pensatore ed empirico, si apre una nuova finestra sulle manifestazioni psichiche e fisiche dell’umano. Una finestra la cui vetrata offre una visione che si potrebbe dire completa, permette di intuire anche ciò che è distante o di lato. Antiche discipline orientali, sistemi occidentali soppiantati dalla modernità e ancora nuove espistemologie che emergono dalla morsa stretta della metodologia razionalista. Ciò che permette una visione così ampia è il senso.  il senso che seppur osservando e differenziando parti, luoghi e tempi, di queste parti, non perde il filo che ne unisce matrice, reazione, interazione e ricerca di equilibrio. E il sintomo diviene allora sinonimo di senso. E’ solo aprendosi al senso che la concezione di patologia perde il connotato reificatorio, svalutativo e negativo. Un altra dimensione compare, oltre a quella del passato causale e del presente fenomenologico, ovvero quello del futuro a cui ci fa pensare la conoscenza che ci viene dall’astrofisica, per cui la tendenza dell’universo pare sia quella di cercare la sua omeostasi continuamente. La sincronicità, fenomeno che ormai fa parte sia del sistema teorico e clinico della psicologia analitica, sia dell’osservazione in fisica, sia del nuovo paradigma della teoria del complessi culturali, entra a far parte di un osservazione clinica che guardi al sintomo e al disagio come a una produzione di senso che parla all’individuo e alla sua comunità.

I vari modelli medici pare siano allora manifestazioni funzionali a dare realtà a differenti parti e tempi dell’espressione della materia e siano orientati a comprendere e controllare una data parte della fenomenologia dell’esistenza. Eppure il sintomo parla di piani che non si esauriscono nella mero fenomeno che si manifesta in corrispondenza con un solo livello di osservazione.  La teleologia del sintomo, fattore che è gran parte del motore della clinica junghiana, introduce la necessità di aprire la finestra dalla quale si osserva la vita, e contaminarsi con i pollini provenienti dal mondo vicino e dal mondo lontano, nel tempo e nello spazio.

Perchè l’immagine con una scritta tratta dal Tao Te Ching? Se il taoismo è la filosofia della natura, la psicologia complessa è la filosofia della cultura della natura. Dal taoismo apprendiamo come osservare i fenomeni culturali che si approcciano alla natura e da essi, con la psicologia junghiana possiamo aprire la finestra su di una nuova via.

Zaira Cestari.

Brano rielaborato da “La consapevolezza nella salute, nella malattia e nel processo di guarigione“, Zaira Cestari, 2006.

Avvicinarsi al proprio mondo interno tra le immagini dei sogni e i segnali del corpo

11 febbraio 2015, Sulmona (CH), all’interno del ciclo di seminari  “Incontri con la psiche”  organizzati dalla Dott.ssa  Francesca Bellini e dal Dott. Gianni D’arcangelo.

30 aprile 2015, Piazza Attias, 21C, Livorno

I sogni sono le parole guida dell’anima. Come potrei non amare i miei sogni e non rendere le loro immagini enigmatiche oggetto delle mie quotidiane riflessioni? Tu pensi che il sogno sia cosa sciocca e brutta. Ma che cosa è bello e cosa è brutto? Che cosa intelligente e che cosa è sciocco? Il tuo metro di misura è lo spirito di questo tempo. Lo spirito del profondo però gli è superiore sotto ogni riguardo. C.G. Jung, Libro Rosso, p. 233

Questa splendida citazione ci introduce al seminario del 30 aprile in cui inizieremo a considerare i sogni, argomento per molti ancora misterioso e il corpo, elemento invece troppo oggettivizzato, dalla prospettiva del profondo.
Appoggiandoci ad antiche immagini alchemiche, riprenderemo i tipici opposti del celebre conflitto tra spirito e materia, per vederli accostati in quel viaggio verso l’ascolto di sé.
In un epoca intrisa di deresponsabilizzazione e di sensi di colpa, di conflitti e lacerazioni, i sogni e il corpo sono sempre li, compagni fedeli per comunicare , al di la del bene e del male, cio che sta avvenendo dentro di noi e per guidarci nonostante una nostra inconsapevolezza, verso il superamento di ostacoli sul nostro cammino.

Zaira Cestari, Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento junghiano e bioenergetico.

Partecipazione libera e gratuita.

Processo Corporeo, Bioenergetica e Respiro

Sabato 5 marzo, inaugurazione di un gruppo di lavoro sul corpo e le emozioni.

Presso lo studio Yoga Shadana a pisa, dalle 10.30 alle 16, con pausa pranzo “Porta party”.

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Lavoreremo sul processo corporeo, quello che avviene ad un livello sia piu visibile, sia piu sottile, quale fenomeno che è linguaggio universale. Invito alla diffusione oltre che alla partecipazione.

La rinascita del mondo e della società, sia fa attraverso i singoli.

Non cerchiamo troppo lontano da noi (in filosofie il cui modello di pensiero è diversissimo dal quale siamo abituati, a meno che abbiamo un inclinazione naturale e non intellettuale verso tali “Vie”) ma avviciniamoci a ciò che ci è oscuro, spaventoso e disturbante, attraverso noi stessi.

Le energie che si muovono entro il nostro organismo non sono qualcosa da concettualizzare con concetti a noi sconosciuti. Troppo spesso vedo gente parlare di chakra senza avere una minima consapevolezza corporea,ma potendo tenere conferenze di ore su che cosa siano i chakra. La saggezza non sta nella conoscenza dei concetti, che sono convenzioni intellettuali.
Le convenzioni sono vuote se non hanno il loro substrato naturale: la percezione.
Da sempre i saggi non sono sono coloro che gareggiano con il sapere, ma coloro che rendono nuovo il sapere attraverso la loro peculiare esperienza.

Vi aspetto il 5 marzo. Ciao

Laboratorio esperenziale:

CORPO ed EMOZIONI

Siete tutti invitati Sabato 5 Marzo, presso il centro Studio Yoga Sadhana di Pisa, per un laboratorio esperenziale dal tema “Corpo ed emozioni”.

“Noi siamo nel corpo e siamo il corpo.

Noi sogniamo e siamo i nostri sogni.

Corpo e sogni hanno il loro vocabolario. 
Da lontano è diverso e i segni sono indistinguibili, indecifrabili, incomprensibili.

Da vicino il loro messaggio è sottilmente ma solidamente percepibile.”

Zaira Cestari

 

Cascate del Reno, luglio 2015

Cascate del Reno, luglio 2015

Proponiamo una giornata in cui grazie a degli esercizi psicocorporei (di bioenergetica) specifici, sistematizzati da Alexander Lowen, medico e psicoterapueta, e un lavoro in cui il vissuto corporeo trova uno spazio, così come il sogno trova uno spazio durante il nostro sonno, il corpo smette di essere un involucro pesante e preoccupante, e diviene messaggero saggio e fidato, ove i pensieri, le emozioni, i sentimenti, le azioni e le intuizioni trovano una casa comune.

Il laboratorio si svolgerà dalle 10,30 alle 16,00
con una pausa pranzo PORTA PARTY (ognuno porta qualcosa per sè e per gli altri).

Conducono:

Dott.ssa Zaira Cestari, psicologa e psicoterapeuta. Si occupa di corpo, sogni e danza. Per maggiori info: www.cestarizaira.info

Dott. Valerio Casini, conduttore di classi Bioenergetiche, musicista e sociologo.La giornata ha il costo di 40 euro.Prenotazione necessaria (posti limitati)

Per info e prenotazioni:
3398041610 – Zaira
3389142829 – Valerio

Evento Livorno

Segnalo un interessante, nonchè importante (per il recupero della piena vitalità e per l’autenticità) evento promosso dal collega Valerio Casini.

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Prossimamente anche a Pisa.

 

 

 

Per un’evoluzione globale di sè

Un corso che promuove la consapevolezza globale (intelletuale, emotiva, e somatica) del legame tra corpo e mente.

Gli esercizi proposti hanno hanno per obiettivo l’esperienza sensoria della propria psiche fisica in modo da includerla in una consapevolezza gobale di sé.

Ad un ampliamento della consapevolezza, si affianca un cambiamento nella percezione del proprio corpo, delle proprie tensioni muscolari e delle proprie posture, che a loro volta mettono in rilevo la complessità dell’insieme psiche-soma e facilitano l’emergere delle ricchezze interiori.

La finalità di chi si avvicina al corso è quella di migliorare l’armonia psiche-soma, che si realizza in un miglioramento del respiro, della postura, della percezione di sé e del mondo.

7 incontri bimensili

ogni due mercoledi dalle 21.30 alle 23.00

Costo dell’intero corso è 150 euro

Conduce Zaira Cestari, psicoterapeuta ad indirizzo analitico junghiano, approccio psicosomatico e corporeo.

É consigliato abbigliamento comodo e calzini 

Pensare col Corpo

Pensare col Corpo:

integrazione tra esercizi di Bioenergetica , Mindfulness  e Yoga

 

 “Pensare col corpo” è un approccio psicocorporeo ad una dimensione psichica tralasciata da secoli dal mondo occidentale, difficilmente recuperabile da approcci totalmente “orientali” poichè siamo “geneticamente” occidentali nell’inconscio. Pensare col corpo è un primo passo per avvicinarsi autonomamente, e non attraverso saggie ed autorevoli (che cmq io apprezzo) discipline al comunicare sottile del corpo, che sembra così pesante se non ascoltato. 

Nell'immagine: Ma douce rose, John Waterhouse

Nell’immagine: Ma douce rose, John Waterhouse

Tale modello si inserisce naturalmente all’interno del percorso di psiche-analisi: in tal caso viene esplorata la propria dimensione psichica ove per psiche intendo l’intera esperienza, anche e a partire dal corpo.

Pensare col corpo può essere invece il livello principale d’intervento: in particolare presteremo attenzione all’anatomia esperenziale, ovvero all’ascolto, al riconoscimento e alla sperimentazione di come cambia il corpo in relazione alle diverse situazioni in cui si trova.

Nel caso di consulenze o terapie via Skype l’approccio corporeo sarà limitato a ciò che lo strumento virtuale consente, ma non sarà assente.

Il nome di tale aspetto della terapia è stato ispirato dall’omonimo libro “Pensare col corpo” di Jader Tolja e Francesca Speciani

Zaira Cestari