Commento al Film “Gloria” di J. Cassavetes (1980)

Una notte d’estate (Gloria) è un film del 1980 diretto da John Cassavetes.

Il film ha vinto il Leone d’oro alla 37ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Ricordo che questa non è una recensione, ma un commento al film, da leggere, nel caso non si volesse provare l’effetto spoiler, solo in seguito alla visione del film, al fine di stimolare o confrontare una propria lettura, riflessione, evocata dalle immagini e dalla sonorità del film.

Commento di Zaira Cestari

Durante tutto il film, al di là e oltre, oppure prima, dei temi che caratterizzano l’opera, ho avvertito un filo, forse sottile, ma tenace e che calamita su di sè molte emozioni, espressioni e dialoghi.

Questo filo si rintraccia principalmente appunto tra i dialoghi dei protagonisti, Gloria e il bambino portoricano. Eppure anche quando le conversazioni di Gloria con altri personaggi emergono, rivelano la presenza di quel filo.

Quel filo pare essere teso tra l’esserci e il perdere, tra il “ci sono” e il “non sono per te”, tra l'”affidiamoci”e il “separiamoci”, tra il “vivere” e il “sopravvivere”.

La tensione è sottolineata dalla musica e dai ritmi delle scene, che sono incalzanti, dinamiche e di forte impatto emotivo. Le sparatorie e gli inseguimenti sono solo i contorni del dibattito del susseguirsi delle dimensioni prima indicate.

Il bambino, reagisce agi eventi drammatici guardando il presente e provando ad accettarlo, amarlo, dargli un nome, trovare una sua collocazione dopo aver perso ogni riferimento stabile e ogni coordinata conosciuta. Si rivolge a Gloria adorandola, odiandola, adulandola e offendendola. Gloria  cercando una strada per il bambino, si ritrova a re-immaginare la sua. Entrambi hanno già scelto, e cosi accade quando nella novità si pone un conflitto. La novità porta in se il lutto per il vecchio, ma se non ci fosse scelta non ci sarebbe nemmeno conflitto e tensione.  La scelta, profonda e vera non significa infatti rimozione immediata di ciò che prima era, ma rimescolamento di tutto l’essere, della sua storia e dei suoi fini.

Durante tutto il film si assiste alla bufera che comporta il processo che porta dall’innamoramento all’amore. L’esterno pare a tratti qualcosa che porta respiro, a tratti qualcosa di minaccioso. Gloria aveva il suo equilibrio e la sua indipendenza, tutti presupposti per sperimentarsi donna pienamente senza intrighi, legami, dettami, e impegni di qualche genere. Ma come diceva il nostro Jung da qualche parte, non ci si individua in cima all’Himalaya. Nella solitudine e con se stessi è possibile raggiungere la pace, l’illuminazione, la spiritualità, tutte carte necessarie per un vero incontro con il mondo. Ma l’essere umano non è solo yoga, meditazione, equilibrio con se stessi, è anche essere sociale e essere complesso. In Gloria c’è anche una mamma: il gatto le permetteva di esserlo in un certa misura. Arriva poi il piccolo portoricano che le mostra che forse c’è un’energia piu grande nel suo essere madre.  E durante il film, affrontando le vicissitudini che il mondo e la vita pone, in questo caso complicate e rischiose, si misura con quell’accoglienza che ribalta le priorità, le paure e i desideri.  La nuova dimensione di vita emerge piano piano portando all’epilogo ove la scelta è dichiarata e chiara per tutti.

Anche il bambino percorre piano piano la strada che lo porterà ad appartenere ad una nuova famiglia, ad una nuova casa. La sceglie nel momento in cui , all’inzio del film, entra nella casa di Gloria, diversamente dalla sorella che preferisce morire. Scegliendo se stesso, sceglie anche Gloria, o scegliendo Gloria, sceglie se stesso. L’innamoramento è in atto. Ma prima di divenire la bella mamma, Gloria è dapprima brutta, poi fidanzata da lasciare e da farsi lasciare. I conflitti dovuti al lutto pongono una strenua difesa di fronte al nuovo che arriva. Il nuovo è sabotato, minacciato, ferito, rovinato. Ma se trionfa, è amore.

La scena finale è un trionfo d’amore

 

 

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