Diversi concetti di malattia e diverse concezioni della medicina

 Ognuno si porta una ferita, è la stessa per tutti, ma ogni ferita è unica per forma, dimensioni, localizzazione, profondità. Questa ferita mai sparirà, ma se riconosciuta la si potrà curare, cicatrizzare, accarezzare. E diverrà bellissima.

Zaira Cestari

Il concetto di malattia in occidente si attiene ad una risposta terapeutica che si avvale della medicina farmaceutica e trova la sua prima espressione scientifica in una delle correnti della medicina ippocratica, con la sua attenzione ai sintomi fisici del malato.

Assume formulazione sistematica con il dualismo cartesiano che separa l’anima dal corpo: la prima, in questa visione, è di competenza della metafisica, la seconda, della fisica.

Sono diversi i sistemi di rappresentazione diffusisi attraverso il punto di vista cartesiano, ampiamente prevalente nella nostra società, diversi sono i pregiudizi spontanei che l’accompagnano, o meglio, diverse sono le interpretazioni “colte” e le reinterpretazioni “popolari”, all’interno del discorso medico, della concezione dualistica dell’uomo.

Ad esempio, il concetto di entità morbosa ed il relativo pensiero ontologico, secondo il quale la malattia ha una sua propria essenza, autonoma ed indipendente dall’individuo che la soffre, trova fondamento nell’adozione del modello botanico come modello epistemologico di riferimento: questo, basato sulla ricerca delle proprietà “essenziali” delle malattie, permette così di catalogarle , di suddividerle in famiglie, in generi. Questo modo di considerare la malattia è tipico dell’intera intelligenza medica occidentale, animata da un progetto nosologico che isola la malattia del malato e classifica le patologie in specie.

Con la nascita dell’anatomopatolgia, approccio medico basato sulle “lesioni organiche”, appare la visone secondo la quale, l’alterazione funzionale corrisponde all’alterazione organica, pensiero presente tutt’ora tra i medici praticanti. Nel modello ontologico, la malattia è sempre riconducibile ad una causa precisa, che presenta sintomi caratteristici e lesioni che le sono proprie: è una rappresentazione che percepisce la malattia secondo le categorie di entrata e di uscita; il corpo del malato viene connotato come luogo fisico dello scontro accidentale fra forze d’intensità variabile.

Tale modello ha trovato inoltre pregnanze nelle rappresentazioni popolari dei malati. Esiste infatti la visone della malattia come cosa, come sostanza, come non io, come essere anonimo con cui l’uomo vive una lotta estenuante. I racconti dei malati sulla loro malattia, fanno riferimento a “coordinate geografiche”, con la localizzazione della causa, la provenienza dell’agente responsabile, la determinazione della sede e la “spazializzazione” regionale delle malattie nel corpo, si riconducono sempre allo spazio corporeo e/o ad una sua parte.

Solo più tardi sono nati modelli alternativi come l’omeopatico e la psicoanalisi, con un pensiero rivolto verso la storia. Il loro procedimento clinico si fonda sul racconto dell’individuo che, nel quadro di una sua temporalità, descrive la genesi della sua sofferenza e i processi evolutivi e maturativi del suo male; si basa inoltre sull’ascolto e sulla ricostruzione genealogica per la formulazione di una diagnosi e di una prognosi.

Nel pensiero degli approcci medici fin qui accennati, emerge la tendenza a non considerare l’uomo come un tutto, cioè un’unità inseparabile di corpo ed anima, ma un’insieme di tanti settori indipendenti da “riparare” man mano che si alterano.

Diversamente, i cosiddetti modelli olistici, diffusi specialmente in Oriente, considerano l’uomo globalmente, e concepiscono la malattia attraverso interpretazioni psicologiche e “metafisiche”. La malattia viene considerata come l’effetto della disarmonia fra il microcosmo e il macrocosmo, e il processo di guarigione è visto come un riequilibrarsi cosmico. Questo sistema di rappresentazione si esprime nell’insieme delle medicine popolari di tradizione orale, europee ed extraeuropee, e nella maggior parte dei sistemi tradizionali organizzati in corpus scritti come l’antica medicina cinese. Molti approcci olistici alla medicina considerano la malattia come un messaggio di comunicazione al corpo: malattia significa dunque sparizione dell’armonia o la messa in discussione di un ordine che fino a questo momento era stato in equilibrio.

Il corpo è  il piano dell’espressione e realizzazione della coscienza e di tutti i processi e i mutamenti che avvengono nella coscienza. Quando su di un piano psichico viene a mancare di equilibrio, questa situazione diviene visibile e sperimentabile nel corpo.Di conseguenza, il corpo non è ammalato, ma l’uomo è in uno stato di disequilibrio, di estremo mutamento, e tale fenomeno si rivela nel corpo sotto forma di sintomo.

I sintomi sono tanti e diversi, ma sono tutti espressione di una scisssione conscio-inconscio. Sono simboli che si manifestano ad un livello preconscio. In occidente questo modo di vedere è assunto dal modello psicosomatico, con la differenza che questo non lo applica a tutti i sintomi, ma li differenzia in base al livello di evidenza di un’influenza psicologica nella patologia. La parola psicosomatica è relegata quindi a una sfera temporale: psicosomatico è ciò in cui si evidenzia un’influenza psichica sul materico. Siamo ancora all’interno di un paradigma patriarcale, cattolico, occidentale che sostiene la direzione che linearmente prosegue separando ciò che incontra e sè dall’origine. La compresenza di prima e dopo e di psiche e materia, data la quale noi saremmo esseri psicosomatici, non è contemplata dalla psicosomatica istituzionale.

Tao Te Ching

 

In occidente, attraverso i secoli, ha guadagnato una posizione d’importanza un sistema medico che fa riferimento alla malattia in sé, che si avvale di rappresentazioni della patologia appartenenti al modello ontologico di natura fisica.

Ho già accennato all’origine ippocratica dell’espressione scientifica dell’idea di malattia come “essenza”.

All’interno di questa visione, il modello epistemologico di riferimento può essere di natura fisica, naturalistica (botanica), chimica o biochimica. Ognuna di queste diverse raffigurazioni, ha posto l’accento su un aspetto particolare della malattia: ad esempio una visione “specifista” tenta di scoprire l’origine del male e la trova sempre estranea al corpo, in un ente patogeno; mentre una concezione anatomopatologica si è occupata di classificare le patologie e di trovare la localizazione della causa, identificando la malattia nel punto preciso in cui s’inscrive nel corpo. Per questo si può dire che <<la differenziazione delle malattie è nata da un modo di sentire geografico>> (Laplantine Francois, “Antropologia della malattia”, Firenze, Sansoni, pag. 52)

La coscienza medica positivista, sia del medico, come del suo paziente, ha condotto alla reificazione della malattia.

La visione ontologica permette di circoscrivere le malattie. L’anatomia, per esempio, ha determinato il punto esatto di un male concentrato in un organo, permettendo così alla chirurgia di intervenire. In questo caso, si parla di medicina oggettiva riferendosi al processo di oggettivazione della malattia, attraverso cui il medico dà un nome al male e lo localizza.

Con il tempo, lo studio sulla struttura del corpo umano, ha portato all’approfondimento del suo funzionamento in ogni parte presa separatamente. Si è passati quindi da una comprensione delle lesioni ad una comprensione funzionale, da una cognizione sostanzialista ad una relazionale e dalla nozione di spazio a quella di tempo ( in cui si considera la storia del sintomo e le condizioni previe al suo sorgere). Anche questa visione è nata dalla medicina ippocratica, ma sembra derivare da un’altra sua corrente, quella “umorale”, basata su assunti che appaiono agli antipodi di quelli formulati dalla visione ontologica.

La medicina “umorale” ha inteso i sintomi non come effetto di un agente patogeno estraneo al malato, ma come variazione di uno dei quattro umori, teorizzati come costituenti l’uomo ( il sangue, la flemma o flegma, la bile gialla e la bile nera). La salute è stata pensata come la giusta proporzione delle quattro componenti all’interno del corpo, mentre la malattia è dovuta ad uno squilibrio provocato sia dall’eccesso sia dal difetto di una di queste. Ogni individuo appartiene ad un “tipo”, caratterizzato dal suo proprio equilibrio e alla predisposizione ad un certo squilibrio.

Nel XVI secolo, l’anatomia diviene “animata”: è nata la fisiologia. L’organismo venne considerato in modo dinamico e funzionale: non viene più preso in esame l’organo, ma la sua funzione, ad esempio, non il muscolo, ma la sua contrazione.

La comprensione fisiologica, ha considerato la causa della malattia non rintracciabile in un agente patogeno, ma nello sforzo dell’organismo nel combatterlo, di conseguenza, l’attenzione è stata posta non tanto sugli organi, ma sui disordini funzionali, responsabili delle lesioni. Progressivamente ci si è orientati verso l’idea che la malattia è funzione fisiologica deviata.

Il pensiero alla base della fisiologia ha percorso un lungo e diversificato cammino, che è partito dai lavori di Claude Bernard, imperniati sulla dinamica delle funzioni, in particolare dei liquidi. In particolare, studiando le funzioni del fegato, ha dimostrato come una malattia, non è alterazione qualitativa, ma quantitativa. Quindi la patologia è il risultato di una disfunzione, cioè di una variazione per esagerazione o per attenuazione del funzionamento normale dell’organismo. Malattia e salute non sono più considerate come due diverse qualità in lotta fra loro , ma come semplici modificazioni fisiologiche.

Per Bernard, patologico è tutto quanto si discosta dal normale, dato che solo l’alterazione da uno stato all’altro può essere misurata. L’approccio quantitativo, proprio della fisiologia, è nato dunque da una scelta metodologica: la scelta di un modello di riferimento scientifico che è il modello fisico postulante la necessità di misurare le eventuali variazioni.

La malattia rappresenta un’alterazione dovuta all’alterazione della vita stessa. Un secondo fisiologo, Bichat ha formulato il cosiddetto “ vitalismo medico” che pone l’accento sulla specificità dell’essere vivente. Egli ha parlato di “ vita patologica”, riferendosi alla tendenza della vita a funzionare normalmente, ma anche ad alterarsi, ovvero a degenerare verso la malattia o a tendere verso la morte.

Con Bernard e con Bichat, la malattia ha cessato di essere una realtà a sé stante.

Broussais nel XIX secolo, ha sancito la frattura con l’ontologia medica, a favore del pensiero biologico dell’epoca. Egli ha parlato di una medicina delle reazioni patologiche: la malattia consiste nella reazione dell’organismo e nel sovraccarico irritativo dei tessuti , considerato responsabile della maggior parte dei disturbi patologici.

Questo modello funzionale in biomedicina si è evoluto grazie ad una serie di ricerche del XX secolo. È cominciato un approfondimento di quei processi morbosi in cui non compaiono lesioni organiche, oppure in cui la lesione è secondaria rispetto ad una perturbazione più generale dell’equilibrio (nervoso, ormonale). Si tratta di quelle malattie in cui non si trova nessun agente patogeno propriamente inteso, o che non hanno una localizzazione precisa.

Dal momento che la lesione non è più stata considerata la responsabile della malattia, viene vista come la complicazione del male, la conseguenza anatomica di una disfunzione che le preesisteva.

Leriche ha dimostrato che le malattie originate da disfunzioni sono in grado di provocare autentiche affezioni organiche.

Il divario fra la medicina ippocratica e neo-ippocratica e la patofisiologia moderna e contemporanea è profondo. Si ha soprattutto il predominio del modello epistemologico, mutuato dalle scienze sperimentali e tendente a fare della medicina una scienza esatta, a somiglianza della fisica e della chimica: la rottura con le nozioni di umore, temperamento, carattere, tipo, considerate ormai speculative e prescientifiche, la minore considerazione attribuita all’esame clinico e all’individualità del malato e la convinzione che, in patologia, lo sforzo dell’organismo per difendersi è spesso inadeguato, sono assunti in totale contraddizione con il precetto di natura medicatrix ( natura guaritrice) di Ippocrate.

La medicina si è evoluta quindi verso nuovi paradigmi, riferendosi a nuove epistemologie, abbandonando e dimenticando il passato. Ma fino a questo punto, non si è curata di integrare il vecchio con il nuovo. La nozione di germe patogeno e quella di lesione organica, sono passati in secondo piano rispetto ai disturbi funzionali, ritrovabili a livello dei tessuti, delle cellule, delle molecole.

Solo con Bichat, si è passati al procedimento anatomo-clinico, basato su assunti analoghi a quelli che ispirarono la psicoanalisi. Tale procedimento consiste nella determinazione del rapporto tra i sintomi osservati all’esame clinico sul vivente e le lesioni organiche constatate sul morto attraverso l’autopsia. La lettura medica è divenuta a “doppio accesso”: una geografia medica del corpo basata sulla differenziazione nello spazio degli organi e sulla ricerca dei danni, ha smesso di opporsi ad una storia del soggetto basata sullo studio dinamico dei processi patologici. Una medicina che dedica attenzione a quanto il malato dice e a quanto può essere letto sul suo corpo, non è più risultata in antitesi con una medicina che dà preminenza assoluta a quel che succede nella profondità del corpo.

Ma due secoli dopo Bichat, la comprensione attuale della malattia, continua ad oscillare tra il polo organico e lo spaziale, tra il polo psicofisiologico e il temporale. E anche nel caso in cui un terapeuta operi cercando di integrare le due estremità della visione anatomo-clinica della malattia, è difficile che il pensiero non vacilli, fino ad optare per uno dei due modi di intendere, a detrimento dell’altro.

In definitiva, ora può essere la ricerca ossessiva della localizzazione del male che prende il sopravvento sullo studio dei processi funzionali e sull’analisi semiologica, o può essere il contrario. Ma il modello anatomo-clinico, introduce un ordine di precedenza fra l’anatomia e la clinica: solo lo studio dell’anatomia è riconosciuto come forte sostenitore della legittimità clinica, pur senza opporsi a questa. Lo studio semiologico, senza essere rinnegato, è considerato come espressione e risultato dell’appoggio anatomico.

Il tempo non viene negato a vantaggio dello spazio, e la storia del soggetto non viene smentita a profitto della “geografia” corporea, tuttavia è lo spazio che crea le fondamenta per il tempo, e la geografia per la storia.

Tuttavia con la psicologia complessa, inaugurata da C.G.Jung, medico, psichiatra, psicologo analista e grande pensatore ed empirico, si apre una nuova finestra sulle manifestazioni psichiche e fisiche dell’umano. Una finestra la cui vetrata offre una visione che si potrebbe dire completa, permette di intuire anche ciò che è distante o di lato. Antiche discipline orientali, sistemi occidentali soppiantati dalla modernità e ancora nuove espistemologie che emergono dalla morsa stretta della metodologia razionalista. Ciò che permette una visione così ampia è il senso.  il senso che seppur osservando e differenziando parti, luoghi e tempi, di queste parti, non perde il filo che ne unisce matrice, reazione, interazione e ricerca di equilibrio. E il sintomo diviene allora sinonimo di senso. E’ solo aprendosi al senso che la concezione di patologia perde il connotato reificatorio, svalutativo e negativo. Un altra dimensione compare, oltre a quella del passato causale e del presente fenomenologico, ovvero quello del futuro a cui ci fa pensare la conoscenza che ci viene dall’astrofisica, per cui la tendenza dell’universo pare sia quella di cercare la sua omeostasi continuamente. La sincronicità, fenomeno che ormai fa parte sia del sistema teorico e clinico della psicologia analitica, sia dell’osservazione in fisica, sia del nuovo paradigma della teoria del complessi culturali, entra a far parte di un osservazione clinica che guardi al sintomo e al disagio come a una produzione di senso che parla all’individuo e alla sua comunità.

I vari modelli medici pare siano allora manifestazioni funzionali a dare realtà a differenti parti e tempi dell’espressione della materia e siano orientati a comprendere e controllare una data parte della fenomenologia dell’esistenza. Eppure il sintomo parla di piani che non si esauriscono nella mero fenomeno che si manifesta in corrispondenza con un solo livello di osservazione.  La teleologia del sintomo, fattore che è gran parte del motore della clinica junghiana, introduce la necessità di aprire la finestra dalla quale si osserva la vita, e contaminarsi con i pollini provenienti dal mondo vicino e dal mondo lontano, nel tempo e nello spazio.

Perchè l’immagine con una scritta tratta dal Tao Te Ching? Se il taoismo è la filosofia della natura, la psicologia complessa è la filosofia della cultura della natura. Dal taoismo apprendiamo come osservare i fenomeni culturali che si approcciano alla natura e da essi, con la psicologia junghiana possiamo aprire la finestra su di una nuova via.

Zaira Cestari.

Brano rielaborato da “La consapevolezza nella salute, nella malattia e nel processo di guarigione“, Zaira Cestari, 2006.

2 risposte a Diversi concetti di malattia e diverse concezioni della medicina

  • Pierluigi scrive:

    Una viaggio tra paradigmi medici alla ricerca di visioni cosmico esistenziali armoniosamente risonanti.
    L’infinitamente sottile è grandiosamente visibile nella sua invisibilità.

    Parabem

    • Zaira Cestari scrive:

      Grazie Pierluigi. La tua intuizione penetra nello studio trovando i primi zampilli della sorgente della vita: la curiosità verso l’ignoto.

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