Amore

JULES E JIM di F. Truffaut. FORSENNATA RICERCA DI UN SGUARDO D’AMORE.

JULES E JIM di F. Truffaut.
FORSENNATA RICERCA DI UN SGUARDO D’AMORE.

 Commento al film in seguito alla visione condivisa all’interno

del GRUPPO CINEMA COSTA AIPA

Desidero condividere qualche riga rispetto ai sentimenti suscitati dal film
Questa volta i miei pensieri sono mediati proprio da sentimenti, più che da immagini, riflessioni e sensazioni.
Sono sentimenti che turbano la mia coscienza fatta di scelte e stile di vita.
Ho amato questo film nella mia adolescenza e nella mia giovinezza, mentre attualmente ha suscitato in me a tratti, sentimenti quasi giudicanti, come se osservassi le dinamiche protagoniste della pellicola da un punto di vista di una rigida educatrice. Come se guardassi alla mia recentemente passata giovinezza con ripugnanza.
Alla luce di questa veloce analisi, cercherò di osservare il tutto  con un pochino più di distanza.
Nel film vedo come protagonista la bellezza che si declina nel vivere come atto poetico.
Ogni azione, ogni parola, le forme, sembrano celebrazioni di un vivere poetico che ben rende una forma d’arte, come un film, piacevolmente fruibile. Se l’arte è tante cose, l’arte è anche spettacolo. Con lo spettacolo ci si distrae ( e questo lo sa bene la TV italiana) e ci si eleva dalla natura. L’arte è tipica umana e in quanto tale è technè, ma non è una tecnica finalizzata a qualche azione o scopo preciso. L’arte è tecnica dell’essere, non del fare. E’ anelito all’essere divino. Si fa spettacolo quando si materializza questo divino, questo andare oltre quel che la terra ci offre. E’ eros allo stato puro, privo della pesantezza plumbea della materia.
Jules, Jim e Catherine, ma già anche Theresè, sono rappresentati nella loro persona, nella loro maschera, così come si rappresentano, così come si mostrano. E’ un film sulla maschera? O questo film ignora che alla base di questo fare poesia c’è l’umana e terrena ferita?
La recita è impostata sul tema dell’amore, di cui se ne parla, ma che non se ne vede. L’amore quale? umano o divino?
Intuisco che siano domande che si potrebbero assai approfondire e le lascio lì, come spunti.
I due uomini sono decisamente affascinati, da una figura (proiettata su Catherine), direbbe C.G.Jung, d’Anima, e come lui spiega nelle sue opere, ben si presta alla proiezione d’Anima quella donna caratterizzata da un’incoscienza notevole  <<è addirittura cieca per quanto riguarda il suo modo d agire, il quale si rivela tutt’altro che vantaggioso, non solo per le sue “vittime” ma per lei stessa. (…) Una donna di questo tipo ama infatti le relazioni romantiche e sensazionali in sè e per sè >>  ( C.G.Jung, Gli archetipi e l’inconscio collettivo. Il complesso materno).
Com’era la madre di Chaterine? di quale amore è stata investita?
Si riconosce come il materno è sostituito dall’ opposto eros. Sia nel totalmente materno che nel totalmente eros, l’altro  (e una parte di se stessi) è oggetto accessorio. Non c’è nessun sacrificio reale che porterebbe all’incontro di due anime distinte e separate, vere, umane, ma anche divine nel loro incontro.
Catherine Incarna non un’ipertrofia del materno, ma il suo opposto, la sua ombra, ovvero un’ipertrofia dell’eros.
Nelle sue dinamiche è come se cercasse forsennatamente quello sguardo d’amore che le è mancato, quello sguardo che la guarda, che la riconosce.
Nella ricerca del sensazionale Catherine incontra Jules e Jim, che amano questa sua immagine priva di sostanza. E così Catherine ritrova questi sguardi che non vedono oltre questa personalità, come forse è stata l’esperienza primaria con la madre. E così recita quella parte tesa a suscitare uno sguardo d’amore, ma tragicamente mai verrà, perchè lei stessa se ne discosta, rifuggendolo, sia come amata che come amante e come madre.
A fine film abbiamo osservato il duetto canoro di Jeanne Moreau (Catherine) e Vannessa Paradise. sul tema della Tourbillon de la Vie.
Mi ha colpito la somiglianza delle due attrici. Di fatto sono state scelte per ruoli simili. Si veda (nonostante il nostro ciclo di quest’anno,sia centrato sui temi del’amicizia, ma offro uno spunto futuro) il film di Patrice Leconte, “La ragazza sul ponte”, con protagonista Vanessa Paradise (Adele),. Il dramma da cui parte la vicenda di questo capolavoro si accomuna a quello di Catherine pur procedendo in direzione contraria: Catherine si suicida nel finale del film, Adele inizia il film con un tentativo di suicidio e lo termina salvando il suo amato in un gesto d’amore umano. Adele rappresenta in tutto il film un’energia erotica che lascia la dimensione d’amore (per sè e per i suoi affascinati) in un pozzo nero ignoto.
Anche qui c’è una disperata ricerca di quello sguardo d’amore che desidera e che accudisce, di uno sguardo che è erotico e materno insieme, senza un’ipertrofia di uno o dell’altro. Uno sguardo mai esperito e mai fatto, ma che Adele piano piano trova in sè stessa, differentemente dalla tragicità di Catherine.

Poesia estemporanea di Giuseppe Belcore. Senza titolo

 

Red Sky

Red Sky

Il rosso è il colore migliore per

raccontare di un cambiamento

e navigare è la cosa migliore

che si possa fare per conoscere

ma parlare è la cosa più sublime

ci possa essere per testimoniare

chi io sono.

Sono di fronte a me stesso

ma non mi conosco abbastanza

da salvarmi

 

Pisa, 13/06/2016

Giuseppe Belcore

 

Per leggere altre poesia dell’autore: Amore Ovunque

Uomo e donna: la relazione psicologica come strumento per una nuova coscienza collettiva.

Propongo dei passi di Ester Harding, psicoanalista junghiana che ha dedicato la sua ricerca alla psicologia femminile e alla relazione.
L’uomo e la donna, parlando riferendomi  alla mia esperienza di donna e terapeuta italiana, sono sempre più posti di fronte alla libertà relazionale. L’hanno forse sempre cercata, come eco di ciò che è più desiderabile e più creativo. La relazione psicologica come musa poetica è simbolo di quel processo alchemico della coniuctio interiore, ove maschile  e femminile, i primi due opposti che si scindono nella storia ontogenetica dell’essere umano, costituiscono il nocciolo da cui si sviluppa la vita in tutte le sue declinazioni e sfumature.
Relazionarsi, e con ciò intendo essere uno di fronte all’altro, completi di luci ed ombre, liberi di girare su se stessi e danzare la propria complessità dinnanzi all’altro, si palesa attualmente come un compito irrinunciabile per un rinnovamento culturale che andrebbe a nutrire diversi livelli della realtà sociale, dall’ambiente, alla politica, all’insegnamento fino alla spiritualità.
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Dice la Harding:
“Esaminiamo un matrimonio in cui i coniugi cerchino sinceramente di svilupparsi individualmente senza tuttavia vedere nella relazione psicologica una meta di eguale importanza. (…)Presto o tardi ecco scorgere una situazione nella quale tutti e due si sentono confusi ed urtati. (..). Il turbamento svanisce e ciascuno attribuisce la colpa all’altro o al proprio cattivo carattere. Ma senza fare alcun sforzo per arrivare alle radici delle difficoltà, essi non potranno raggiungere una comprensione costruttiva della sua causa. Più tardi o stesso turbamento si ripresenterà ed anche questa volta verrà represso. In questo modo essi potranno imparare un vero autocontrollo e potranno assumere un aria di serenità in momenti di agitazione,e se continueranno ad amarsi, aumenterà la tolleranza per le debolezze e le peculiarità dell’altro, ma al termine di una lunga vita in comune saranno ancora fondamentalmente estranei l’uno all’altro nonchè a se stessi.Essi hanno guadagnato in sviluppo personale, ma la relazione psicologica non può maturare in simili condizioni. Molti ritengono che questo sia il modo con cui ogni individuo ben educato e di buoni sentimenti deve passare sopra le divergenze con le persone che ama, senza dar peso a quei piccoli difetti del carattere o della condotta che turberebbero altrimenti la felicità e la pace della vita familiare. (…)Non tutti rimangono soddisfatti di questo modo di condursi. Gente più sensibile si rende più acutamente conto della disarmonia. Forse hanno una minor capacità di eliminare dalla coscienza le cose spiacevoli, o perchè sentono di più gli elementi inaccettabili, o perchè il loro desiderio di verità non viene soddisfatto da questo modo di condursi piuttosto cieco. Ed è così che  a molti oggi non basta avere come scopo felicità  ed armonia personali. Essi hanno da cercare l’effettiva verità della cosa per basarvi le loro relazioni. (…). La verità costituisce per loro un valore che sta al di sopra di quel’armonia e di quella felicità personali basati spesse volte sull’illusione. Agli occhi della generazione pi vecchia questo procedimento tendente alla “comprensione” potrebbe rassomigliare molto ad un contendere e disputare; ed effettivamente, se si perde di vista lo scopo, cioè la coscienza, il procedimento può degenerare in futilità del genere. Inoltre in queste discussioni vi è il preciso pericolo di perdere contatto con la situazione sentimentale in un analisi intellettualistica: solo una profonda sincerità di intenti potrà evitare questi sbagli. (…)la verità può essere servita soltanto se ciascuno tiene fede al proponimento di scoprire i propri moventi nascosti cercando di comprendere quel pezzo di vita che gli sta davanti. Se la discussione ha il fine di porre in luce gli elementi inconsci dell’incidente, allora le difficoltà che inevitabilmente sorgono tra due persone servono a strappare il velo dell’inconscio dove molti dei loro moventi si mascherano anche  a loro stessi. E’ in questo modo che sorge una relazione psicologica unica nel suo genere. 
Ester Harding (1951). La strada della donna, Roma: Astrolabio, p. 283- 285 
Pensare alla relazione psicologica,anche in questa chiave, di sincerità e sentimento, fatico a non temere che il tutto assuma un aria di pesantezza, in cui le ombre diventino il focus principale per  cui l’occhio inizia a focalizzarsi sul buio perdendo leggerezza e abitudine alla luce. Mi viene in aiuto lo zen, che tutto alleggerisce poichè nello zen, la verità e la non verità vanno insieme. Questo paradosso indica che la meta è la strada e che è possibile stare nel’incertezza della mente poichè è la mente che cerca se stessa attraverso la relazione. E la relazione non è mente, è prima di tutto qualcosa di percettivo e a-razionale che porta ad un incontro che profuma talvolta di compiutezza, di fermezza.  E allora l’ironia nel cercare la verità può divenire un habitus di casa che supera in compagnia qualsiasi programma televisivo o radiofonico. Rimandare ciò che non va attraverso l’ironia non è una pratica della mente, bensì è ironia solo quella che sgorga da una consapevolezza che la vita è complessa è il fine della mente umana è rivelarsi, aprirsi all’inafferrabilità della vita.
“Si è creduto nell’esistenza di qualcosa che si realizza o raggiunge fuori dalla mente e di conseguenza la mente viene usata per cercarla, non avendo capito che la mente e l’oggetto della sua ricerca sono una cosa sola. La mente non può essere usata dalla mente a cercare qualcosa.” 
 
Dottrina  zen dello Huang-po

L’ombra dell’amore

Non credo che l’amore puro sia come l’amore sofferente
L’amore puro è quello del bambino.
L’amore sofferente, ama quando vede che c’è qualcosa di opposto all’amore,
che è allo stesso tempo vitale. 
L’amore sofferente ferma per un istante la vita e ama, ma soffre
Quando vede che ci sono tutte quelle cose opposte all’amore,
le vede,
vede come impediscono l’amore e ama appunto per questo.
Sceglie l’amore
e muore.
E risorge
con l’amore nel cuore.
Anche quando non ama.
Rose dell'Irlanda. Agosto 2015

Rose dell’Irlanda. Agosto 2015

Delusione dell’Altro

Il sentimento di delusione verso un altro/a,implica la necessità, se no pena la stagnazione psichica, di comprensione dell’altro e di sè. Spesso la comprensione successiva alla delusione porta cmq lontano dall’altro. Oppure porta ad un rapporto più fecondo di prima, ma sempre comprensione è. Comprendere di aver tradito sè stessi o di essere cambiati anche grazie all’altro, cioè aver tradito l’altro, porta la trasformazione alla coscienza e a compiersi per dare spazio ad altri processi nuovi.

 

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Zaira Cestari

passi d’amore verso l’Amore

Il conflitto ha a che fare con l’immobilità. Con la permanenza. Come se certi stati dovessero durare per sempre.

Esiodo e la Musa. Gustave Moreau, 1891

Esiodo e la Musa. Gustave Moreau, 1891

E lì c’è la perdita della mia libertà. Lì, divento schiava della mia ombra.
E potrei far diventare l’Altro schiavo. L’ho fatto in passato.
Cambiare me o cambiare L’Altro. Questa è comunque relazione d’ombra.
L’interezza che mi ha portato invece all’Altro nella sua stessa interezza è preziosa.
Aprire la mia interezza alla sua interezza. Questo è cambiamento. Questo è incontro.

Questo incontro lo chiamo Amore.

Nascita, rinascita, amore : il rito del natale.

Che cosa possiamo augurarci come DONO di NATALE?
Il Natale, se percorriamo la sua storia,che affonda le radici nel paganesimo, possiamo ben comprendere come sia un momento legato alla celebrazione del solstizio d’inverno e a ciò che archetipicamente esso è: la rinascita della luce dall’oscurità. Proprio in questi giorni incontro persone che, che sia con racconti, con atti e fatti, gesti o sguardi, mi rimandano al fatto che dopo l’oscurità c’è la la luce, che, citando una cara persona, dove c’è sofferenza c’è saggezza.
Tutto ciò può rimanere solo sterile esercizio intellettuale se la riflessione parte osservando fenomeni esterni o processi che già hanno avuto una manifestazione concreta, esterna, senza arrivare ad interrogare ciò che più ci è vicino, quotidiano, intimo e famigliare.  Il vero dono di Natale può essere quello di provare ad osservare l’alba e tramonto in ogni processo che avviene a livello della nostra anima (per chiarimenti sulla nozione di anima rimando al qui presente glossario in costruzione), quando sentiamo una tensione, un dubbio, un indecisione, uno struggimento, rabbia, tristezza, ma anche gioia, felicità, contentezza, poichè anche alla luce segue inevitabilmente la notte rigeneratrice.

Scrive magistralmente Jung:

” E’ cosa atroce, come una notte senza sonno, intuire dall’aldiquà l’aldilà, ossia l’Altro, l’opposto presente in me. Si insinua come una febbre, come una nebbia venefica. […] La via verso il tuo aldilà passa attraverso l’inferno, e precisamente attraverso il tuo inferno del tutto personale.”

C.G.Jung, Liber Novus

Il Natale, la festa che associamo al calore umano, alla luce della nascita, alla celebrazione della creazione, è in realtà la celebrazione dell’Amore. Quell’Amore che è possibile solo laddove non c’è unilateralità. Dove c’è unilateralità, c’è dualità e quindi accanto al cosiddetto amore c’è l’odio. Quell’amore che forse celebra il Natale è l’Amore che trascende la coppia amore-odio. E quindi conosce anche l’odio. Ecco, invito ad una natale di un nuovo anno all’insegna dell’Amore che comprende e per questo sceglie. Amore che vede entrambi gli opposti e li sceglie continuamente, differenziandoli e raffinandoli.

Una coscienza che vede gli opposti potrebbe, inizialmente,  desiderare di annullarsi. Troppi dubbi, troppa lacerazione, troppa responsabilitá. Per questo spesso si preferisce non vedere, non approfondire, non viaggiare nella propria intima interiorità così oscura e talvolta sottile e rarefatta o densa e pesante. Ma una volta arrivati la dove la complessità, si schiude, c’è ancora almeno un passo da fare: amare la vita come ambiguità, contradditorietá, alternanza di luce e buio. E riuscire a passare da una cosa all’altra pur sentendosi un nucleo saldo, finito ed infinito.

Ancora Jung:

“Compresi che dovevo rimanere fedele all’amore per eliminare la promiscuità che deriva dall’amore non vissuto. Compresi che la promiscuità è un vincolo che prende il posto della dedizione spontanea. Come mi aveva insegnato Filemone, dalla dedizione spontanea deriva lo scioglimento o la lacerazione, che rimuove la promiscuità. Io sciolgo dunque il vincolo mediante la dedizione spontanea. Perciò devo rimanere fedele all’amore e, dedicandomi spontaneamente a esso, patisco la lacerazione e in questo modo divento figlio della Grande Madre, ossia ottengo la natura siderale, la liberazione dal vincolo con persone o cose. Se sono vincolato a persone o cose, la mia vita non può procedere verso la sua destinazione e io non posso pervenire alla mia natura più profonda. Nè la morte può iniziare in me come una nuova vita; invece posso soltanto aver timore della morte. Devo perciò rimanere fedele all’amore”

C.G.Jung, Liber Novus

Concludo questa breve riflessione sul Natale e sull’Amore, con un pensiero più concreto, che si rivolge alla tradizione di celebrare il natale in famiglia. Se il Natale è la festa della natività, della nascita, del rinnovamento, e della schiusa del nuovo, ritornare alla famiglia fisica o simbolica, alla famiglia intesa come ciò che rispecchia le tracce iniziali da cui sempre partiamo per qualunque trasformazione, può essere un atto d’Amore inteso, come Jung ricorda, come quell’energia che riconosce il simile ed il diverso, rendendo possibile un rapporto libero da aspettative e dipendenze.

Fare piena esperienza del rituale e della tradizione del natale, riallacciata alle sue antiche origini archetipiche, significa abbracciare la vita che porta in sè contraddizioni e movimenti continui. Un abbraccio alla vita da cui nasce Amore.

Buon Natale dunque.

Zaira Cestari