corpo

Corpo primitivo e Corpo Tecnologico

Primitivo, Tecnologico, Cittadino.

Orvieto, 2016

Techne fuori, imago dentro. Corpo primitivo e corpo tecnologico.

Zaira Cestari

Abstract

La psiche è ovunque. Dentro e fuori.

Tutto ciò che immaginiamo, e quindi creiamo è psiche. Psiche non è solo dentro. Noi siamo nella psiche. Ma psiche non è la nostra coscienza. Non possiamo percepire tutto. Sapere tutto e controllare tutto. Più cerchiamo di controllare qualcosa, più qualcos’altro ci sfugge, come in una legge fisica di omeostasi.

Nella psicologia è clinicamente e fenomenologicamente chiaro che gli esseri umani proiettano all’esterno ciò che è a loro inconscio.

Gli uomini si sono fermati. Hanno costruito e costruiscono attrezzi indispensabili per concretizzare delle intuzioni e delle immagini che vivevano e vivono.

Dentro di sé, a volte impercettibilmente a volte chiaramente, ma fenomenologicamente evidente, gli uomini hanno artigli, zanne, volano e vanno sott’acqua, hanno caverne sicure e esseri viventi minacciosi.

Dentro hanno avventure al limite della sopravvivenza. Fuori di sé, come attraverso l’estensione del corpo, hanno trovato di dominare in qualche modo, attraverso qualche tcenica, il fuoco, hanno messo a punto coltelli e seghe, sottomarini, aeroplani, case meravigliose e guerre spaventose; hanno creato parchi di divertimento, film di vario genere ove rivivere comodamente ciò che è da sempre immaginato e musiche grazie alle quali le emozioni da sempre provate e da sempre umane si riattivano.
Così costruendo macchine che diventano autonome, spaventose e alienanti, l’essere umano ha riprodotto il mondo mesozoico, quello dei grandi sauri, esperienza che è rimasta nel nostro inconscio di scimmia.

E’ necessario tutto ciò? Può essere diverso? Recuperare allora la realtà della natura, nel bene e nel male, recuperare le nostre radici è di fondamentale importanza per vivere più armoniosamente senza dover incorrere in crisi esistenziali così forti come quella attuale.

Pensiero ed esperienza, sono il dentro e il fuori di cui sopra.

In noi vive il primitivo e il tecnologico vive forse fuori di noi. Esiste un ponte tar questi due funzionamenti. Questo ponte esiste nelle immagini, nei sogni, ma anche nel corpo.

Nel corpo è tutto scritto. E’ un documento scritto e orale allo stesso tempo, ed è scritto con una scrittura automatica che è forse possibile decifrare in modo non razionale ma percettivo.

In questa sede, dopo una breve relazione, proporrò un esperienza collettiva di esplorazione immagnifica e sensoriale, ove poter rintracciare quel lungo, complesso e circolare filo che unisce l’abitante della natura con il cittadino abitante tecnologico.

Testo

 

Le macchine che abbiamo inventato sono adesso i nostri padroni, esse sono i nostri nuovi demoni. Esse sono come i vecchi grossi sauri che sono esistiti quando l’uomo ( e donna) era una sorta di scimmia-lucertola (nel tardo mesozoico) e viveva condizionato dalla paura del suono dei loro versi. L’uomo ha ora, con il suo pollice opponibile, inventato di nuovo il mondo mesozoico un altra volta e ridando vita con nuove forme ai mostri che ci schacciano a migliaia con la loro voce e il loro peso:

le enorme macchine nelle fabbriche, le enormi navi e treni e automobili, e tutto quello che è diventato enormemente schacciante tanto che l’uomo è divenuto sua vittima.

Osserviamo la città di New York. Nessuno può dire che si sente un re a New York. Si può giusto sentire una formica sopra un cumolo di formiche e sentire che comunque non conta nulla, è superfluo lì, il cumolo di formiche è l’unica cosa che conta. E’ una città che sembra appartenere a dei giganti, mentre l’uomo è solo una vittima e un servo di quest giganti.

Una grande città rappresenta un relativamente lento olocausto dell’umanità, come Emile Zola si è espresso. L’uomo ha costruito la sua pira funeraria e essa compie il suo compito di distruggerlo, insieme alla terra che lo ospita.

Il compito più alto di un uomo è sottrarre gli animali alla crudeltà.
– Emile Zola

Jung, disse nel 60 (visions seminars, p. 502) : “L’uomo ha portato il pane lontano da milioni di persone,e questo processo di autodistruzione è ancora in corsa senza coscienza; che è davvero il nocciolo della crisi attuale “

Osservando da questa prospettiva vediamo bene come l‘arte è solo un modo particolare di decorare il nido in cui mettiamo le uova .

Ebbene , il punto di vista biologico è che la vita è mangiare, bere, propagare la specie, dormire, 
e morire; ridursi a ciò significa regredire ad uno stato di sola vita biologica. 
Non c'è spazio per lo psichico. 
E' sola natura materiale. E in contrasto con la natura , o al di là della natura è il punto di vista culturale , la nostra civiltà . 
Ma questa è la particolare realizzazione dell'uomo , nessun altro animale ha mai sognato e realizzato la cultura.
È una condizione di per sé , una creazione dovuta all'aumento della coscienza umana , e questo ha prodotto un mondo 
nuovo e diverso .La superficie del mondo è cambiata .Si hanno visioni sottoforma di convinzioni ad esempio, 
rispetto a dove deve andare l'acqua  e la si mette dove l'acqua non è mai stata e non dovrebbe essere : 
un canale che va anche oltre le colline , contro tutte le leggi della natura .
E si hanno visioni di  strade dritte e vengono realizzare , linee rette sulla terra , che non sono mai state viste prima ; 
l'unica linea retta che sia mai esistito in terra era il solco di una meteora .

" Ma la storia insegna che l'uomo civilizzato fin'ora ha distorto troppo la sua parte fisica animale, il suo passato animale, 
e così ciò si manifesta anche, nella realtà esterna: troppa civiltà rende gli animali  e la natura, malati" C.G.Jung, visions seminars, 1960. 

Gli uomini fanno agli animali ciò che sono capaci di fare ai propri simili: 
gli allevamenti di bestiame e i macelli sono il prototipo dei campi di concentramento 
così come c'è analogia tra l'uso degli insetticidi e le armi chimiche, e via dicendo.
S. Mordysnky 

Eppure le cose non sono così semplici come sembra. Il desiderio egoico  (Eros) dell'uomo, è una componente essenziale 
dell'uomo,  discutibile ma c'è e rimarrà sempre così, qualunque sia la filosofia spirituale che dica qualcosa a proposito. 
Il desiderio egoico appartiene proprio a quel lato di natura animale originale dell'uomo che durerà finché l'uomo ha un 
corpo animale.
L'altro lato dell'uomo è correlata alle più alte forme dello spirito, a immagini psichiche, non egoiche. 
L'uomo e le sue opere contribuiscono all'equlibrio solo quando lo spirito e l'istinto, o Il sé e l'ego sono in armonia cosciente.

Se uno o l'altro aspetto manca, il risultato è sempre un tipo o l'altro di rigidità che vira verso il patologico, che sia fisico, 
psichico, sociale, ambientale, politico.

Troppa animalità distorce l'uomo civilizzato ma troppa civiltà rende gli animali malati.

Questo dilemma rivela la grande incertezza rispetto al tema  del desiderio, della cultura, dell'arte e delal tecnologia. 
Perché, in fondo, Eros  (il desiderio) è un potere che trascende il singolo individuo, è archetipico, è comune a tutti. Ma il trionfo sulla natura viene pagato a caro prezzo.
La natura non richiede spiegazioni di principio, ma chiede solo tolleranza (ovvero non violenza) e la saggia misura. 

«Quando alzate lo sguardo al cielo e vi meravigliate della bellezza delle stelle, queste vi appaiono non come sono ora, ma come furono innumerevoli milioni di anni fa. Stando alle apparenze, è una nuova stella quella che vedete risplendere, ma quella stella brillò per la prima volta quando in Egitto regnava Tutankhamon e può darsi che oggi non esista più. Se per miracolo tutte le stelle del cielo venissero spazzate via da un momento all’altro, noi continueremmo a vederle […] ancora: dopodicchè, forse, inizierebbe a scomparire la prima, e venti o cinquant’anni più tardi potrebbero seguirla altre, ma il cielo continuerebbe a starsene là come prima, e ci vorrebbero innumerevoli milioni di anni prima che svanisse l’ultima.

Perciò noi viviamo sempre in tempi in cui cose che sono state esistono ancora. La sola cosa spiacevole è che non sia possibile vedere ciò che si trova nel futuro. Il nostro inconscio, però, è in qualche modo in anticipo rispetto ai nostri occhi e ha una qualche nozione delle cose che saranno, poiché è dal passato più remoto che viene creato il futuro.»

(C.G.Jung – dai seminari dello Zarathustra di Nietzsche tenuti del 1934-39. Edizioni B.Boringhieri, p.48-49, 2014)

 

In questa corsa tecnologica, alla misura, alla vivisezione, del desiderio adolescenziale distruttivo, occorre ritornare alla terra , alla Madre, a recuperare ciò che è stato calpestato per permettere questa corsa. Infatti, affinche questa corsa si riequilibri è necessario ricorrere anche a ciò che ricorda a questa corsa, che non è possibile controllare la natura, possederla, fermarla, e ricrearla.

Lowen suggerisce un atteggiamento di umiltà, di presa di coscienza della propria impotenza nei confronti dell’universo. I suoi esercizi di grounding della bioenergetica mirano proprio al radicamento a terra, al ripristino di un contatto sano con il suolo, con le origini.

L’atteggiamento tipicamente patriarcale del predone va abbandonato. Se l’uomo si fa piccolo, particella di una vastità più ampia, la sua coscienza può espandersi, la natura torna a vivere nella carne ed egli può tornare a sentire in sé la grandezza della forza immensa della natura. Può trascendere.

La bioenergetica si è ispirata dall’osservazione della forza e della sicurezza degli animali, padroni del loro spazio, e dei primitivi, in balia dei fenomeni naturali ma al tempo stesso fedeli alla divinità insita nella natura.

La pratica terapeutica della bioenergetica insegna ad affidarsi, lasciare andare il controllo, lasciarsi andare. Lowen fa la metafora del cavallo: se il cavaliere dovesse svenire, il cavallo lo porterebbe a casa. La parte inferiore del corpo, la parte psichica primitiva va riconosciuta, accetata, contemplata nella sua irrazionalità

Lowen dice: “la personalità integrata si costruisce a partire dal suolo”.

Gli esercizi di grounding che proporrò, sono volti a percepire la terra sotto i piedi, a distinguerne il ritmo e a riconoscere il proprio

Molti disequilibri chiamati disturbi fisici hanno a che fare con una non integrazione dell’inconscio nella vita cosciente e della memoria o coscienza corporea. La memoria del corpo si manifesta spesso con sintomi somatici, sensazioni corporee e sentimenti, tensioni muscolari, e movimenti divenuti abituali.

Riappropiarsi dell’esistenza corporea è una goccia importantissima per quel mare che può controbilanciare la corsa sfrenata del technè contro il primitivo, contro il corpo.

 

 

Anoressia, Bulimia: la psiche e il nutrirsi

Il 27 marzo 2017, si è svolta una rubrica online, alla quale ho partecipato come “esperta”, promossa da Professioniste Insieme di Pisa, chiamata “Rispondi all’Esperta”. Il tema affrontato è : Disagi legati al cibo: Anoressia e Bulimia.  Riporto qui il dialogo della rubrica.

Dipinto di Anne Bachelier

Membro di Professioniste Insieme: <<Zaira, l’argomento è molto delicato e ostico. Una cosa che ho notato è che quasi sempre il problema viene affrontato molto tardi, quando magari la persona che ne soffre ha iniziato a mostrare segni abbastanza grossi. Quali sono secondo te i segnali da non sottovalutare nel comportamento di una persona che inizia ad avere questi problemi e in che modo si possono aiutare oltre, ovviamente, ad avvicinarli ad una psicoterapia adeguata? Grazie>>

 

Risposta: <<Ciao. Si, l’argomento è molto delicato e interpretato spesso in modo superficiale come qualcosa di legato all’immagine corporea o ai modelli mediatici. La profondità delle persone che sviluppano un DISAGIO LEGATO AL NUTRIRSI, coinvolge significati difficili da scorgere. In generale il problema del nutrirsi sopraggiunge quando nasce un conflitto tra identità sociale di appartenenza e identità personale ed essenziale, laddove l’identità sociale che si NUTRE dell’appartenenza ad un gruppo sociale ( famiglia, gruppo sportivo, compagnia di amici, gruppo dei coetanei, etc) contrasta molto con l’identità individuale. A livello contestuale ciò richiama il rapporto con, proseguendo dal microsistema al macrosistema, la madre, il femminile in famiglia, il femminile nel sociale e il femminile nella storia ( e qui si chiarisce quanto queste persone manifestano un disagio che parla di storia). Si può pensare a ciò anche se a manifestare il disagio è una persona di sesso maschile. All’interno di questa ottica è importante prestare più attenzione quando la persona mostra gran sensibilità e conflitto nel gestire il suo corpo: da una parte grande ostinazione per fare ciò che vuole e non lasciarsi influenzare dagli altri, dalle mode, dalle abitudini ( cibo, vestiti, ritmi) e dall’altra parte tendenza a lasciarsi andare molto alla situazione sociale in cui si trova dimenticando invece le sue necessità personali. Questò è un conflitto molto profondo, che può portare disagi legati all’alimentazione, laddove alimentarsi è sia rito sociale sia bisogno individuale. I primi segnali di un disagio che già si manifesta tramite il nutrirsi, è quando una persona parla molto di cibo mostrando ansia e quando tenta di avere tanto controllo sulle situazioni sociali di convivio ( cene, pranzi, aperitivi). Un altro segno che però non è univo per i disagi dell’alimentazione è sia un bisogno costante di contatto con il proprio corpo ( esercizi fisici, specchio…) e dell’altro una difficoltà a vivere il proprio corpo ( rigidità muscolare, respiro alto e corto, tendenza frequente alla somatizzazione). L’aiuto non professionale che suggerisco è avvicinarsi a queste persone non come a delle persone che manifestano un disagio, ma come a persone profonde che manifestano un disagio di tutti, quello legato all’ascoltare sè, e la natura, vs ascoltare il sociale, gli altri e cio che si dice sia un “bene”. Quindi a riconoscere una saggezza nel disagio stesso. Altro suggerimento è creare un atmosfera di compagnia priva di regole e di costrizioni, ove la persona si possa sentire a suo agio e non osservata, ma nello stesso tempo “vista”, contenuta e amata. Altro suggerimento ancora è ritrovare dentro di sè, ciò che ci accomuna alla persona e parlare dei propri conflitti interiori con tranquillità, per aiutare la persona a riconoscere i suoi bisogni come non strani e lontani da un mondo sociale. Spero di essere stata utile. Per ulteriori domande potete scrivermi a cestarizaira@gmail.com. Ciao!!!>>

Membro di Professioniste Insieme: <<Grazie Zaira per la risposta, molto esaustiva e spero possa essere di aiuto anche ad altri.>>

I sabati di Danzaterapia alla Leopolda.

Cliccare qui per visualizzare il PDF:  volantino danzaterapia

Danza Movimento Terapia

Dal 10 novembre

gli incontri saranno il giovedi dalle 17.30 alle 18.30
presso la Leopolda- PISA

RIVOLTO AD ADULTI, UOMINI E DONNE. COSTO A LEZIONE 10 EURO.

 

vladimir-kush

La DanzaMovimento Terapia è una disciplina tipicamente non verbale che offre l’opportunità di esprimere le emozioni attraverso il movimento e favorisce una buona integrazione corpo-mente rappresentando un importante strumento di espressione globale della persona, uno strumento d’arteterapia che favorisce la manifestazione della dimensione profonda della natura umana.

I laboratori di DanzaMovimento Terapia, attraverso una serie di esercizi ed esperienze all’interno di uno spazio strutturato, mirano a favorire il riconoscimento consapevole e le canalizzazioni di pulsioni ed emozioni in chiave ritmica e creativa. Viene inoltre stimolata la relazione con l’ambiente e con gli altri, facilitando dinamiche relazionali consapevoli.

I conduttori gestiscono il gruppo attraverso imput verbali, utilizzando materiali quali la sabbia, la creta, l’elastico, il nastro, le stoffe, le piume, i tamburelli, i palloncini e la musica, mostrando con il corpo le indicazioni da seguire.

 

Marina Raglianti è danzamovimento terapeuta (metodologia Fux e DMT in chiave simbolica) e formatore per la mediazione (accreditato presso il Ministero della Giustizia). Intreccia due percorsi professionali, la danza (classica e modern dance) e l’insegnamento di discipline sociologiche presso Istituti Universitari. Ha lavorato presso il Teatro della Scala nel settore della formazione artistica.

Zaira Cestari è psicologa e psicoterapeuta (psicologia complessa e analisi junghiana). E’ fondatrice dell’evento culturale permanente “Serate Junghiane”.La sua metodologia di lavoro si basa sull’esperienza del lavoro personale con la psiche (analisi personale) e con il corpo ( danza, yoga, canto improvvisato e bioenergetica). Lavora nel territorio pisano in ambito clinico e per la tutela della salute psichica.

 

 

 

Per info e iscrizioni:
Marina Raglianti 3388578098 marinaraglianti@alice.it
Zaira Cestari 3737243845 cestarizaira@gmail.com

La mano sinistra: altra mano

Qui di seguito il link al blog Jung Italia dove è stato pubblicato l’articolo in oggetto, che a sua volta rimanda alla rivista l’Anima fa Arte, per la quale l’articolo stesso è stato scritto.

 

http://www.jungitalia.it/2016/07/09/psicologia-e-corpo-la-mano-sinistra-altra-mano/

Serate junghiana: Percorsi junghiani di vita e di cura. Riflessioni cliniche su narcisismo e anoressia.

Mercoledi 11 maggio, ore 20.00

Teatro Lux Piazza St. Caterina 6

Presentazione con l’autore dell’ultimo volume di Mario Mengheri: “Percorsi junghiani di vita e di cura. Riflessioni cliniche su narcisismo e anoressia.” Introduzione di Maria Cristina Barducci. Post fazione di Camilla Albini Bravo e Pier Claudio Devescovi. Milano: Franco Angeli, 2016

Clicca qui per la prima di copertina:

1250.269 prima(2)

Andare ad orecchio per un analista diventa così la possibilità di cogliere, nel rumore caotico delle parole, o nel silenzio assordante o nello stridio delle incongruenze o nel canto delle sirene, le sonorità dello spartito emotivo sottostante per riuscire a intonarsi con il mondo privato (cit. dal volume p. 133)

Clicca qui per la quarta di copertina:

1250.269 quarta(1)

Il lato concreto dell’ideale

Dualismo onda-particella della luce.

Tutta la materia è duale e cio significa che è sia onda sia particella.

Concretamente si può percepire solo come onda o solo come particella ma si può intuire e, si è osservato, che entrambe le condizioni accadono. (Esperimento della doppia feritoia e principio di complementarietà di Bohr.)

.
Per partecipare al concreto è bene scegliere e sacrificare un po di intuito, avvicinandosi cosi alla proprietà duale della materia. Il concreto ha bisogno di sacrificare un po di dualità per riconoscere i due opposti. E cosi i due lati della percezione: intuizione e sensazione.

L’intuito per calarsi alchemicamente a terra (cosi’ in alto cosi’ in basso) deve sacrificare un po dalla sua non dualità, e la sensazione per elevarsi un po, ha bisogno di sacrificare un po della sua dualità.

C’è molta piu sensazione attualmente che intuizione, ma entrambe sono realtà.

Una più vicina al microscopico indagato dalla fisica quantistica (intuito) una piu vicina al macroscopico che segue le leggi della fisica classica. (Mi riferisco al paradosso del gatto di Schrödinger – sperando che non si usino piu gatti per queste cose-).

Ma credo che la natura umana risente di entrambe le leggi e questo sia applicabile alla medicina, oltre che alla psicologia (C.G.Jung).

E questo spiegherebbe perche vicino alla scienza concreta continuino ad esistere pratiche oracolari ancora oggi ridicolizzate, ma tuttavia consultate frequentemente in segreto.

La natura umana necessita di micro e di macro, di psiche e di materia, di astratto e di concreto anche se i due opposti non si possono esprimere nello stesso istante, ma si nella stessa casa.

 

Zaira Cestari

Crisi, rito e malattia

L’emersione della malattia, qualunque forma energetica assuma (conflitto, ansia,insonnia, blocco, febbre, massa, infiammazione, ….), può essere intesa come un rito di passaggio. Impone infatti alla coscienza una necessità di ridefinire i confini tra sè e la collettività, e di entrare in una nuova fase che implica passaggi e lasciti.

images

 

Quando si inizia ad amare anche la morte e la malattia, sopraggiunge l’amore per se e quindi la forza e il coraggio per manifestare l’energia creativa.

Zaira Cestari

Diversi concetti di malattia e diverse concezioni della medicina

 Ognuno si porta una ferita, è la stessa per tutti, ma ogni ferita è unica per forma, dimensioni, localizzazione, profondità. Questa ferita mai sparirà, ma se riconosciuta la si potrà curare, cicatrizzare, accarezzare. E diverrà bellissima.

Zaira Cestari

Il concetto di malattia in occidente si attiene ad una risposta terapeutica che si avvale della medicina farmaceutica e trova la sua prima espressione scientifica in una delle correnti della medicina ippocratica, con la sua attenzione ai sintomi fisici del malato.

Assume formulazione sistematica con il dualismo cartesiano che separa l’anima dal corpo: la prima, in questa visione, è di competenza della metafisica, la seconda, della fisica.

Sono diversi i sistemi di rappresentazione diffusisi attraverso il punto di vista cartesiano, ampiamente prevalente nella nostra società, diversi sono i pregiudizi spontanei che l’accompagnano, o meglio, diverse sono le interpretazioni “colte” e le reinterpretazioni “popolari”, all’interno del discorso medico, della concezione dualistica dell’uomo.

Ad esempio, il concetto di entità morbosa ed il relativo pensiero ontologico, secondo il quale la malattia ha una sua propria essenza, autonoma ed indipendente dall’individuo che la soffre, trova fondamento nell’adozione del modello botanico come modello epistemologico di riferimento: questo, basato sulla ricerca delle proprietà “essenziali” delle malattie, permette così di catalogarle , di suddividerle in famiglie, in generi. Questo modo di considerare la malattia è tipico dell’intera intelligenza medica occidentale, animata da un progetto nosologico che isola la malattia del malato e classifica le patologie in specie.

Con la nascita dell’anatomopatolgia, approccio medico basato sulle “lesioni organiche”, appare la visone secondo la quale, l’alterazione funzionale corrisponde all’alterazione organica, pensiero presente tutt’ora tra i medici praticanti. Nel modello ontologico, la malattia è sempre riconducibile ad una causa precisa, che presenta sintomi caratteristici e lesioni che le sono proprie: è una rappresentazione che percepisce la malattia secondo le categorie di entrata e di uscita; il corpo del malato viene connotato come luogo fisico dello scontro accidentale fra forze d’intensità variabile.

Tale modello ha trovato inoltre pregnanze nelle rappresentazioni popolari dei malati. Esiste infatti la visone della malattia come cosa, come sostanza, come non io, come essere anonimo con cui l’uomo vive una lotta estenuante. I racconti dei malati sulla loro malattia, fanno riferimento a “coordinate geografiche”, con la localizzazione della causa, la provenienza dell’agente responsabile, la determinazione della sede e la “spazializzazione” regionale delle malattie nel corpo, si riconducono sempre allo spazio corporeo e/o ad una sua parte.

Solo più tardi sono nati modelli alternativi come l’omeopatico e la psicoanalisi, con un pensiero rivolto verso la storia. Il loro procedimento clinico si fonda sul racconto dell’individuo che, nel quadro di una sua temporalità, descrive la genesi della sua sofferenza e i processi evolutivi e maturativi del suo male; si basa inoltre sull’ascolto e sulla ricostruzione genealogica per la formulazione di una diagnosi e di una prognosi.

Nel pensiero degli approcci medici fin qui accennati, emerge la tendenza a non considerare l’uomo come un tutto, cioè un’unità inseparabile di corpo ed anima, ma un’insieme di tanti settori indipendenti da “riparare” man mano che si alterano.

Diversamente, i cosiddetti modelli olistici, diffusi specialmente in Oriente, considerano l’uomo globalmente, e concepiscono la malattia attraverso interpretazioni psicologiche e “metafisiche”. La malattia viene considerata come l’effetto della disarmonia fra il microcosmo e il macrocosmo, e il processo di guarigione è visto come un riequilibrarsi cosmico. Questo sistema di rappresentazione si esprime nell’insieme delle medicine popolari di tradizione orale, europee ed extraeuropee, e nella maggior parte dei sistemi tradizionali organizzati in corpus scritti come l’antica medicina cinese. Molti approcci olistici alla medicina considerano la malattia come un messaggio di comunicazione al corpo: malattia significa dunque sparizione dell’armonia o la messa in discussione di un ordine che fino a questo momento era stato in equilibrio.

Il corpo è  il piano dell’espressione e realizzazione della coscienza e di tutti i processi e i mutamenti che avvengono nella coscienza. Quando su di un piano psichico viene a mancare di equilibrio, questa situazione diviene visibile e sperimentabile nel corpo.Di conseguenza, il corpo non è ammalato, ma l’uomo è in uno stato di disequilibrio, di estremo mutamento, e tale fenomeno si rivela nel corpo sotto forma di sintomo.

I sintomi sono tanti e diversi, ma sono tutti espressione di una scisssione conscio-inconscio. Sono simboli che si manifestano ad un livello preconscio. In occidente questo modo di vedere è assunto dal modello psicosomatico, con la differenza che questo non lo applica a tutti i sintomi, ma li differenzia in base al livello di evidenza di un’influenza psicologica nella patologia. La parola psicosomatica è relegata quindi a una sfera temporale: psicosomatico è ciò in cui si evidenzia un’influenza psichica sul materico. Siamo ancora all’interno di un paradigma patriarcale, cattolico, occidentale che sostiene la direzione che linearmente prosegue separando ciò che incontra e sè dall’origine. La compresenza di prima e dopo e di psiche e materia, data la quale noi saremmo esseri psicosomatici, non è contemplata dalla psicosomatica istituzionale.

Tao Te Ching

 

In occidente, attraverso i secoli, ha guadagnato una posizione d’importanza un sistema medico che fa riferimento alla malattia in sé, che si avvale di rappresentazioni della patologia appartenenti al modello ontologico di natura fisica.

Ho già accennato all’origine ippocratica dell’espressione scientifica dell’idea di malattia come “essenza”.

All’interno di questa visione, il modello epistemologico di riferimento può essere di natura fisica, naturalistica (botanica), chimica o biochimica. Ognuna di queste diverse raffigurazioni, ha posto l’accento su un aspetto particolare della malattia: ad esempio una visione “specifista” tenta di scoprire l’origine del male e la trova sempre estranea al corpo, in un ente patogeno; mentre una concezione anatomopatologica si è occupata di classificare le patologie e di trovare la localizazione della causa, identificando la malattia nel punto preciso in cui s’inscrive nel corpo. Per questo si può dire che <<la differenziazione delle malattie è nata da un modo di sentire geografico>> (Laplantine Francois, “Antropologia della malattia”, Firenze, Sansoni, pag. 52)

La coscienza medica positivista, sia del medico, come del suo paziente, ha condotto alla reificazione della malattia.

La visione ontologica permette di circoscrivere le malattie. L’anatomia, per esempio, ha determinato il punto esatto di un male concentrato in un organo, permettendo così alla chirurgia di intervenire. In questo caso, si parla di medicina oggettiva riferendosi al processo di oggettivazione della malattia, attraverso cui il medico dà un nome al male e lo localizza.

Con il tempo, lo studio sulla struttura del corpo umano, ha portato all’approfondimento del suo funzionamento in ogni parte presa separatamente. Si è passati quindi da una comprensione delle lesioni ad una comprensione funzionale, da una cognizione sostanzialista ad una relazionale e dalla nozione di spazio a quella di tempo ( in cui si considera la storia del sintomo e le condizioni previe al suo sorgere). Anche questa visione è nata dalla medicina ippocratica, ma sembra derivare da un’altra sua corrente, quella “umorale”, basata su assunti che appaiono agli antipodi di quelli formulati dalla visione ontologica.

La medicina “umorale” ha inteso i sintomi non come effetto di un agente patogeno estraneo al malato, ma come variazione di uno dei quattro umori, teorizzati come costituenti l’uomo ( il sangue, la flemma o flegma, la bile gialla e la bile nera). La salute è stata pensata come la giusta proporzione delle quattro componenti all’interno del corpo, mentre la malattia è dovuta ad uno squilibrio provocato sia dall’eccesso sia dal difetto di una di queste. Ogni individuo appartiene ad un “tipo”, caratterizzato dal suo proprio equilibrio e alla predisposizione ad un certo squilibrio.

Nel XVI secolo, l’anatomia diviene “animata”: è nata la fisiologia. L’organismo venne considerato in modo dinamico e funzionale: non viene più preso in esame l’organo, ma la sua funzione, ad esempio, non il muscolo, ma la sua contrazione.

La comprensione fisiologica, ha considerato la causa della malattia non rintracciabile in un agente patogeno, ma nello sforzo dell’organismo nel combatterlo, di conseguenza, l’attenzione è stata posta non tanto sugli organi, ma sui disordini funzionali, responsabili delle lesioni. Progressivamente ci si è orientati verso l’idea che la malattia è funzione fisiologica deviata.

Il pensiero alla base della fisiologia ha percorso un lungo e diversificato cammino, che è partito dai lavori di Claude Bernard, imperniati sulla dinamica delle funzioni, in particolare dei liquidi. In particolare, studiando le funzioni del fegato, ha dimostrato come una malattia, non è alterazione qualitativa, ma quantitativa. Quindi la patologia è il risultato di una disfunzione, cioè di una variazione per esagerazione o per attenuazione del funzionamento normale dell’organismo. Malattia e salute non sono più considerate come due diverse qualità in lotta fra loro , ma come semplici modificazioni fisiologiche.

Per Bernard, patologico è tutto quanto si discosta dal normale, dato che solo l’alterazione da uno stato all’altro può essere misurata. L’approccio quantitativo, proprio della fisiologia, è nato dunque da una scelta metodologica: la scelta di un modello di riferimento scientifico che è il modello fisico postulante la necessità di misurare le eventuali variazioni.

La malattia rappresenta un’alterazione dovuta all’alterazione della vita stessa. Un secondo fisiologo, Bichat ha formulato il cosiddetto “ vitalismo medico” che pone l’accento sulla specificità dell’essere vivente. Egli ha parlato di “ vita patologica”, riferendosi alla tendenza della vita a funzionare normalmente, ma anche ad alterarsi, ovvero a degenerare verso la malattia o a tendere verso la morte.

Con Bernard e con Bichat, la malattia ha cessato di essere una realtà a sé stante.

Broussais nel XIX secolo, ha sancito la frattura con l’ontologia medica, a favore del pensiero biologico dell’epoca. Egli ha parlato di una medicina delle reazioni patologiche: la malattia consiste nella reazione dell’organismo e nel sovraccarico irritativo dei tessuti , considerato responsabile della maggior parte dei disturbi patologici.

Questo modello funzionale in biomedicina si è evoluto grazie ad una serie di ricerche del XX secolo. È cominciato un approfondimento di quei processi morbosi in cui non compaiono lesioni organiche, oppure in cui la lesione è secondaria rispetto ad una perturbazione più generale dell’equilibrio (nervoso, ormonale). Si tratta di quelle malattie in cui non si trova nessun agente patogeno propriamente inteso, o che non hanno una localizzazione precisa.

Dal momento che la lesione non è più stata considerata la responsabile della malattia, viene vista come la complicazione del male, la conseguenza anatomica di una disfunzione che le preesisteva.

Leriche ha dimostrato che le malattie originate da disfunzioni sono in grado di provocare autentiche affezioni organiche.

Il divario fra la medicina ippocratica e neo-ippocratica e la patofisiologia moderna e contemporanea è profondo. Si ha soprattutto il predominio del modello epistemologico, mutuato dalle scienze sperimentali e tendente a fare della medicina una scienza esatta, a somiglianza della fisica e della chimica: la rottura con le nozioni di umore, temperamento, carattere, tipo, considerate ormai speculative e prescientifiche, la minore considerazione attribuita all’esame clinico e all’individualità del malato e la convinzione che, in patologia, lo sforzo dell’organismo per difendersi è spesso inadeguato, sono assunti in totale contraddizione con il precetto di natura medicatrix ( natura guaritrice) di Ippocrate.

La medicina si è evoluta quindi verso nuovi paradigmi, riferendosi a nuove epistemologie, abbandonando e dimenticando il passato. Ma fino a questo punto, non si è curata di integrare il vecchio con il nuovo. La nozione di germe patogeno e quella di lesione organica, sono passati in secondo piano rispetto ai disturbi funzionali, ritrovabili a livello dei tessuti, delle cellule, delle molecole.

Solo con Bichat, si è passati al procedimento anatomo-clinico, basato su assunti analoghi a quelli che ispirarono la psicoanalisi. Tale procedimento consiste nella determinazione del rapporto tra i sintomi osservati all’esame clinico sul vivente e le lesioni organiche constatate sul morto attraverso l’autopsia. La lettura medica è divenuta a “doppio accesso”: una geografia medica del corpo basata sulla differenziazione nello spazio degli organi e sulla ricerca dei danni, ha smesso di opporsi ad una storia del soggetto basata sullo studio dinamico dei processi patologici. Una medicina che dedica attenzione a quanto il malato dice e a quanto può essere letto sul suo corpo, non è più risultata in antitesi con una medicina che dà preminenza assoluta a quel che succede nella profondità del corpo.

Ma due secoli dopo Bichat, la comprensione attuale della malattia, continua ad oscillare tra il polo organico e lo spaziale, tra il polo psicofisiologico e il temporale. E anche nel caso in cui un terapeuta operi cercando di integrare le due estremità della visione anatomo-clinica della malattia, è difficile che il pensiero non vacilli, fino ad optare per uno dei due modi di intendere, a detrimento dell’altro.

In definitiva, ora può essere la ricerca ossessiva della localizzazione del male che prende il sopravvento sullo studio dei processi funzionali e sull’analisi semiologica, o può essere il contrario. Ma il modello anatomo-clinico, introduce un ordine di precedenza fra l’anatomia e la clinica: solo lo studio dell’anatomia è riconosciuto come forte sostenitore della legittimità clinica, pur senza opporsi a questa. Lo studio semiologico, senza essere rinnegato, è considerato come espressione e risultato dell’appoggio anatomico.

Il tempo non viene negato a vantaggio dello spazio, e la storia del soggetto non viene smentita a profitto della “geografia” corporea, tuttavia è lo spazio che crea le fondamenta per il tempo, e la geografia per la storia.

Tuttavia con la psicologia complessa, inaugurata da C.G.Jung, medico, psichiatra, psicologo analista e grande pensatore ed empirico, si apre una nuova finestra sulle manifestazioni psichiche e fisiche dell’umano. Una finestra la cui vetrata offre una visione che si potrebbe dire completa, permette di intuire anche ciò che è distante o di lato. Antiche discipline orientali, sistemi occidentali soppiantati dalla modernità e ancora nuove espistemologie che emergono dalla morsa stretta della metodologia razionalista. Ciò che permette una visione così ampia è il senso.  il senso che seppur osservando e differenziando parti, luoghi e tempi, di queste parti, non perde il filo che ne unisce matrice, reazione, interazione e ricerca di equilibrio. E il sintomo diviene allora sinonimo di senso. E’ solo aprendosi al senso che la concezione di patologia perde il connotato reificatorio, svalutativo e negativo. Un altra dimensione compare, oltre a quella del passato causale e del presente fenomenologico, ovvero quello del futuro a cui ci fa pensare la conoscenza che ci viene dall’astrofisica, per cui la tendenza dell’universo pare sia quella di cercare la sua omeostasi continuamente. La sincronicità, fenomeno che ormai fa parte sia del sistema teorico e clinico della psicologia analitica, sia dell’osservazione in fisica, sia del nuovo paradigma della teoria del complessi culturali, entra a far parte di un osservazione clinica che guardi al sintomo e al disagio come a una produzione di senso che parla all’individuo e alla sua comunità.

I vari modelli medici pare siano allora manifestazioni funzionali a dare realtà a differenti parti e tempi dell’espressione della materia e siano orientati a comprendere e controllare una data parte della fenomenologia dell’esistenza. Eppure il sintomo parla di piani che non si esauriscono nella mero fenomeno che si manifesta in corrispondenza con un solo livello di osservazione.  La teleologia del sintomo, fattore che è gran parte del motore della clinica junghiana, introduce la necessità di aprire la finestra dalla quale si osserva la vita, e contaminarsi con i pollini provenienti dal mondo vicino e dal mondo lontano, nel tempo e nello spazio.

Perchè l’immagine con una scritta tratta dal Tao Te Ching? Se il taoismo è la filosofia della natura, la psicologia complessa è la filosofia della cultura della natura. Dal taoismo apprendiamo come osservare i fenomeni culturali che si approcciano alla natura e da essi, con la psicologia junghiana possiamo aprire la finestra su di una nuova via.

Zaira Cestari.

Brano rielaborato da “La consapevolezza nella salute, nella malattia e nel processo di guarigione“, Zaira Cestari, 2006.

Avvicinarsi al proprio mondo interno tra le immagini dei sogni e i segnali del corpo

11 febbraio 2015, Sulmona (CH), all’interno del ciclo di seminari  “Incontri con la psiche”  organizzati dalla Dott.ssa  Francesca Bellini e dal Dott. Gianni D’arcangelo.

30 aprile 2015, Piazza Attias, 21C, Livorno

I sogni sono le parole guida dell’anima. Come potrei non amare i miei sogni e non rendere le loro immagini enigmatiche oggetto delle mie quotidiane riflessioni? Tu pensi che il sogno sia cosa sciocca e brutta. Ma che cosa è bello e cosa è brutto? Che cosa intelligente e che cosa è sciocco? Il tuo metro di misura è lo spirito di questo tempo. Lo spirito del profondo però gli è superiore sotto ogni riguardo. C.G. Jung, Libro Rosso, p. 233

Questa splendida citazione ci introduce al seminario del 30 aprile in cui inizieremo a considerare i sogni, argomento per molti ancora misterioso e il corpo, elemento invece troppo oggettivizzato, dalla prospettiva del profondo.
Appoggiandoci ad antiche immagini alchemiche, riprenderemo i tipici opposti del celebre conflitto tra spirito e materia, per vederli accostati in quel viaggio verso l’ascolto di sé.
In un epoca intrisa di deresponsabilizzazione e di sensi di colpa, di conflitti e lacerazioni, i sogni e il corpo sono sempre li, compagni fedeli per comunicare , al di la del bene e del male, cio che sta avvenendo dentro di noi e per guidarci nonostante una nostra inconsapevolezza, verso il superamento di ostacoli sul nostro cammino.

Zaira Cestari, Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento junghiano e bioenergetico.

Partecipazione libera e gratuita.