coscienza

Le porte nella psiche

La psiche è ricca di immagini. Ci sono immagini di animali, così come dimostrano spesso i nostri sogni. E spesso per ritrovare quell’energia e integrarla consapevolmente ed armoniosamente nella nostra vita, ricorriamo all’incontro concreto con l’animale. Così con le pietre e le piante e la musica.

Esistono molte forme di terapie alternative, quali la pet terapy, la musicoterapia, la cristallo terapia, la cromoterapia.

La medicina classica ha depurato l’incontro con la natura, con i principi delle piante. Ma da lì, principalmente, proviene.

Più l’elemento è lontano dall’umano più sembra essere potente.

Dalla chimica delle piante si è creata sia la medicina, sia il fenomeno dei “viaggi” ( concetto legato alla “droga”, alla dipendenza, o alla ricerca spirituale).

Ma, come accarezzando un animale, cosi, approcciandoci a certi elementi, si scatenano in noi energie già presenti.

Il video che qui propongo è utile per riflettere su quali tipo di esperienza attivano certi principi naturali che spesso, o affascinano, portando alla ricerca coatta di essi, o al contrario, al controllo di essi.

In particolare questo video mostra la ricerca e l’uso del principio contenuto in certi funghi allucinogeni per trasformare l’esperienza di ansia e di paura della morte in una consapevolezza maggiore della connessione di tutte le cose, e della presenza di una facoltà in noi presente, che è la visione a-razionale, che non separa, ma amplia.

L’intento di questa mia riflessione non è per incitare l’uso dei funghetti allucinogeni, nè per sconsigliarne l’uso. Ma è quello di portare l’attenzione al fatto che spesso cerchiamo fuori quel che abbiamo dentro. Questo va bene, se fatto con la consapevolezza che quel che cerchiamo fuori è solo un mezzo per aprire delle porte già presenti in noi  e che fatichiamo ad aprire. Pena: la dipendenza e l’estraniamento, o la condanna di quelle esperienze e il nutrimento di meccanismi di controllo, di denigrazione ed etichettamento.

 

Clicca qui per il video:

http://anewunderstanding.org/

 

Zaira Cestari

Delusione dell’Altro

Il sentimento di delusione verso un altro/a,implica la necessità, se no pena la stagnazione psichica, di comprensione dell’altro e di sè. Spesso la comprensione successiva alla delusione porta cmq lontano dall’altro. Oppure porta ad un rapporto più fecondo di prima, ma sempre comprensione è. Comprendere di aver tradito sè stessi o di essere cambiati anche grazie all’altro, cioè aver tradito l’altro, porta la trasformazione alla coscienza e a compiersi per dare spazio ad altri processi nuovi.

 

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Zaira Cestari

Timor dei initium sapientiae

Timor dei initium sapientiae

Tutto ciò che è forte, è si vitale e va vissuto, ma non è il Sè.
Ogni esperienza tipica -l’amore, il successo, il lutto, etc- avviene per farci sperimentare una forma, un’energia, che può essere assimilata e digerita come un pasto, senza che noi diveniamo quel pasto.

Il timore di queste esperienze arche-tipiche ci inizia alla saggezza.

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Diverse vie portano allo stesso luogo

Diffondo un articolo sugli effetti della meditazione. Il titolo “diversi percorsi portano allo stesso luogo”, alludono a diversi tipi di meditazione, ma intuisco che alluda anche a questa commistione tra scienza razionale e scienza percettiva, intuitiva e di sensazione. L’era della congiunzione, che va oltre la dualità del prima e del dopo, del questo e dell’antiquesto, si sta avvicinando. Contribuiamo ad essa.

Many Paths Traveling to the Same Place
17 December 2015
Helané Wahbeh

Meditation has been used as a transformational tool for thousands of years. In the West, meditation is a new practice that has increased in popularity over the last couple decades. Meditation research allows us to see exactly how it works and how it may improve our health and lives using rigorous scientific methods. I’ve been excited to study meditation research ever since I first tried it. I’ve always had a curious and inquisitive mind and wanted to know how things worked. This curiosity led me to become a naturopathic physician and then a clinical researcher. My research has always revolved around the mind and its relationship with the body, how the state of our mind can influence all levels of our existence (e.g. physical, emotional, spiritual, social, environmental). Many of us “know” this on a cellular level without being able to prove it. So, I wanted to demonstrate these relationships with solid scientific methods. My whole research career has been dedicated to this research question. And isn’t that what IONS is all about?! Being at IONS allows me the incredible supportive environment to continue this inquiry with a synergistic team of incredible minds. As a meditation researcher, I am always amazed at the variety of meditation traditions. Almost every spiritual tradition on the planet has some sort of meditation or prayer associated with it. I’ve come to believe, like other researchers, that the essential goal of all of these different meditation is the same: to reach a state where we are able to understand our underlying state or true nature (Baerentsen, 2010). People have given many different names to this state: Samadhi, nondual awareness, pure awareness or pure consciousness, no mind, unity consciousness, Transcendental Consciousness, pure Being, oneness, mental stillness, mystical knowledge, wisdom meditation, the list goes on and on.

As a long time meditator myself, I have practiced in a number of traditions, such as Christian, Buddhist, Vedic, Native American, secular mindfulness meditation, and general spiritual meditation. I have experienced first-hand how the different meditations bring me to a similar quality of being. A state of well-being, connection, bliss…a state of “Oneness” between myself, the environment, and others, and so much more. Like others, I find the state to be ineffable, so it is difficult to fully describe it in words. So, maybe it is not about the road we take to the destination, but the destination itself that is important. We know that long-term meditation has numerous benefits like relieved depression and anxiety and improved quality of life (Goyal, 2014; Khoury, 2013). But is the developed meditative state that most meditators hope to be in what is creating these benefits? My curiosity got the best of me and I decided to find out.

I’m combing through the “literature” in a systematic review to find out just what this transcendent state is across traditions. So far, we’ve found that while there are a large and growing number of meditation research papers (3727 hits on Pubmed.com today), very few of them describe whether they were recording their measures -like EEG or ECG- during this actual state. They say they recorded expert meditators, but don’t mention whether the meditators were in a transcendent state when they were recording. Unfortunately, we can’t include these papers in our review because we can’t be sure that the state the meditator was in during the recording is the one we are looking for. There are about forty papers we have found so far that explicitly describe the transcendent state the meditator was in during the recordings, so we are working on extracting data from those right now. We’ll have to wait a few months to see the final results.

Helané Wahbeh is a Visiting Scientist at the Institute of Noetic Sciences. Her research interests at IONS include healing stress and trauma, examining mechanisms of mind-body medicine, and rigorously studying channeling phenomena.

Diversi concetti di malattia e diverse concezioni della medicina

 Ognuno si porta una ferita, è la stessa per tutti, ma ogni ferita è unica per forma, dimensioni, localizzazione, profondità. Questa ferita mai sparirà, ma se riconosciuta la si potrà curare, cicatrizzare, accarezzare. E diverrà bellissima.

Zaira Cestari

Il concetto di malattia in occidente si attiene ad una risposta terapeutica che si avvale della medicina farmaceutica e trova la sua prima espressione scientifica in una delle correnti della medicina ippocratica, con la sua attenzione ai sintomi fisici del malato.

Assume formulazione sistematica con il dualismo cartesiano che separa l’anima dal corpo: la prima, in questa visione, è di competenza della metafisica, la seconda, della fisica.

Sono diversi i sistemi di rappresentazione diffusisi attraverso il punto di vista cartesiano, ampiamente prevalente nella nostra società, diversi sono i pregiudizi spontanei che l’accompagnano, o meglio, diverse sono le interpretazioni “colte” e le reinterpretazioni “popolari”, all’interno del discorso medico, della concezione dualistica dell’uomo.

Ad esempio, il concetto di entità morbosa ed il relativo pensiero ontologico, secondo il quale la malattia ha una sua propria essenza, autonoma ed indipendente dall’individuo che la soffre, trova fondamento nell’adozione del modello botanico come modello epistemologico di riferimento: questo, basato sulla ricerca delle proprietà “essenziali” delle malattie, permette così di catalogarle , di suddividerle in famiglie, in generi. Questo modo di considerare la malattia è tipico dell’intera intelligenza medica occidentale, animata da un progetto nosologico che isola la malattia del malato e classifica le patologie in specie.

Con la nascita dell’anatomopatolgia, approccio medico basato sulle “lesioni organiche”, appare la visone secondo la quale, l’alterazione funzionale corrisponde all’alterazione organica, pensiero presente tutt’ora tra i medici praticanti. Nel modello ontologico, la malattia è sempre riconducibile ad una causa precisa, che presenta sintomi caratteristici e lesioni che le sono proprie: è una rappresentazione che percepisce la malattia secondo le categorie di entrata e di uscita; il corpo del malato viene connotato come luogo fisico dello scontro accidentale fra forze d’intensità variabile.

Tale modello ha trovato inoltre pregnanze nelle rappresentazioni popolari dei malati. Esiste infatti la visone della malattia come cosa, come sostanza, come non io, come essere anonimo con cui l’uomo vive una lotta estenuante. I racconti dei malati sulla loro malattia, fanno riferimento a “coordinate geografiche”, con la localizzazione della causa, la provenienza dell’agente responsabile, la determinazione della sede e la “spazializzazione” regionale delle malattie nel corpo, si riconducono sempre allo spazio corporeo e/o ad una sua parte.

Solo più tardi sono nati modelli alternativi come l’omeopatico e la psicoanalisi, con un pensiero rivolto verso la storia. Il loro procedimento clinico si fonda sul racconto dell’individuo che, nel quadro di una sua temporalità, descrive la genesi della sua sofferenza e i processi evolutivi e maturativi del suo male; si basa inoltre sull’ascolto e sulla ricostruzione genealogica per la formulazione di una diagnosi e di una prognosi.

Nel pensiero degli approcci medici fin qui accennati, emerge la tendenza a non considerare l’uomo come un tutto, cioè un’unità inseparabile di corpo ed anima, ma un’insieme di tanti settori indipendenti da “riparare” man mano che si alterano.

Diversamente, i cosiddetti modelli olistici, diffusi specialmente in Oriente, considerano l’uomo globalmente, e concepiscono la malattia attraverso interpretazioni psicologiche e “metafisiche”. La malattia viene considerata come l’effetto della disarmonia fra il microcosmo e il macrocosmo, e il processo di guarigione è visto come un riequilibrarsi cosmico. Questo sistema di rappresentazione si esprime nell’insieme delle medicine popolari di tradizione orale, europee ed extraeuropee, e nella maggior parte dei sistemi tradizionali organizzati in corpus scritti come l’antica medicina cinese. Molti approcci olistici alla medicina considerano la malattia come un messaggio di comunicazione al corpo: malattia significa dunque sparizione dell’armonia o la messa in discussione di un ordine che fino a questo momento era stato in equilibrio.

Il corpo è  il piano dell’espressione e realizzazione della coscienza e di tutti i processi e i mutamenti che avvengono nella coscienza. Quando su di un piano psichico viene a mancare di equilibrio, questa situazione diviene visibile e sperimentabile nel corpo.Di conseguenza, il corpo non è ammalato, ma l’uomo è in uno stato di disequilibrio, di estremo mutamento, e tale fenomeno si rivela nel corpo sotto forma di sintomo.

I sintomi sono tanti e diversi, ma sono tutti espressione di una scisssione conscio-inconscio. Sono simboli che si manifestano ad un livello preconscio. In occidente questo modo di vedere è assunto dal modello psicosomatico, con la differenza che questo non lo applica a tutti i sintomi, ma li differenzia in base al livello di evidenza di un’influenza psicologica nella patologia. La parola psicosomatica è relegata quindi a una sfera temporale: psicosomatico è ciò in cui si evidenzia un’influenza psichica sul materico. Siamo ancora all’interno di un paradigma patriarcale, cattolico, occidentale che sostiene la direzione che linearmente prosegue separando ciò che incontra e sè dall’origine. La compresenza di prima e dopo e di psiche e materia, data la quale noi saremmo esseri psicosomatici, non è contemplata dalla psicosomatica istituzionale.

Tao Te Ching

 

In occidente, attraverso i secoli, ha guadagnato una posizione d’importanza un sistema medico che fa riferimento alla malattia in sé, che si avvale di rappresentazioni della patologia appartenenti al modello ontologico di natura fisica.

Ho già accennato all’origine ippocratica dell’espressione scientifica dell’idea di malattia come “essenza”.

All’interno di questa visione, il modello epistemologico di riferimento può essere di natura fisica, naturalistica (botanica), chimica o biochimica. Ognuna di queste diverse raffigurazioni, ha posto l’accento su un aspetto particolare della malattia: ad esempio una visione “specifista” tenta di scoprire l’origine del male e la trova sempre estranea al corpo, in un ente patogeno; mentre una concezione anatomopatologica si è occupata di classificare le patologie e di trovare la localizazione della causa, identificando la malattia nel punto preciso in cui s’inscrive nel corpo. Per questo si può dire che <<la differenziazione delle malattie è nata da un modo di sentire geografico>> (Laplantine Francois, “Antropologia della malattia”, Firenze, Sansoni, pag. 52)

La coscienza medica positivista, sia del medico, come del suo paziente, ha condotto alla reificazione della malattia.

La visione ontologica permette di circoscrivere le malattie. L’anatomia, per esempio, ha determinato il punto esatto di un male concentrato in un organo, permettendo così alla chirurgia di intervenire. In questo caso, si parla di medicina oggettiva riferendosi al processo di oggettivazione della malattia, attraverso cui il medico dà un nome al male e lo localizza.

Con il tempo, lo studio sulla struttura del corpo umano, ha portato all’approfondimento del suo funzionamento in ogni parte presa separatamente. Si è passati quindi da una comprensione delle lesioni ad una comprensione funzionale, da una cognizione sostanzialista ad una relazionale e dalla nozione di spazio a quella di tempo ( in cui si considera la storia del sintomo e le condizioni previe al suo sorgere). Anche questa visione è nata dalla medicina ippocratica, ma sembra derivare da un’altra sua corrente, quella “umorale”, basata su assunti che appaiono agli antipodi di quelli formulati dalla visione ontologica.

La medicina “umorale” ha inteso i sintomi non come effetto di un agente patogeno estraneo al malato, ma come variazione di uno dei quattro umori, teorizzati come costituenti l’uomo ( il sangue, la flemma o flegma, la bile gialla e la bile nera). La salute è stata pensata come la giusta proporzione delle quattro componenti all’interno del corpo, mentre la malattia è dovuta ad uno squilibrio provocato sia dall’eccesso sia dal difetto di una di queste. Ogni individuo appartiene ad un “tipo”, caratterizzato dal suo proprio equilibrio e alla predisposizione ad un certo squilibrio.

Nel XVI secolo, l’anatomia diviene “animata”: è nata la fisiologia. L’organismo venne considerato in modo dinamico e funzionale: non viene più preso in esame l’organo, ma la sua funzione, ad esempio, non il muscolo, ma la sua contrazione.

La comprensione fisiologica, ha considerato la causa della malattia non rintracciabile in un agente patogeno, ma nello sforzo dell’organismo nel combatterlo, di conseguenza, l’attenzione è stata posta non tanto sugli organi, ma sui disordini funzionali, responsabili delle lesioni. Progressivamente ci si è orientati verso l’idea che la malattia è funzione fisiologica deviata.

Il pensiero alla base della fisiologia ha percorso un lungo e diversificato cammino, che è partito dai lavori di Claude Bernard, imperniati sulla dinamica delle funzioni, in particolare dei liquidi. In particolare, studiando le funzioni del fegato, ha dimostrato come una malattia, non è alterazione qualitativa, ma quantitativa. Quindi la patologia è il risultato di una disfunzione, cioè di una variazione per esagerazione o per attenuazione del funzionamento normale dell’organismo. Malattia e salute non sono più considerate come due diverse qualità in lotta fra loro , ma come semplici modificazioni fisiologiche.

Per Bernard, patologico è tutto quanto si discosta dal normale, dato che solo l’alterazione da uno stato all’altro può essere misurata. L’approccio quantitativo, proprio della fisiologia, è nato dunque da una scelta metodologica: la scelta di un modello di riferimento scientifico che è il modello fisico postulante la necessità di misurare le eventuali variazioni.

La malattia rappresenta un’alterazione dovuta all’alterazione della vita stessa. Un secondo fisiologo, Bichat ha formulato il cosiddetto “ vitalismo medico” che pone l’accento sulla specificità dell’essere vivente. Egli ha parlato di “ vita patologica”, riferendosi alla tendenza della vita a funzionare normalmente, ma anche ad alterarsi, ovvero a degenerare verso la malattia o a tendere verso la morte.

Con Bernard e con Bichat, la malattia ha cessato di essere una realtà a sé stante.

Broussais nel XIX secolo, ha sancito la frattura con l’ontologia medica, a favore del pensiero biologico dell’epoca. Egli ha parlato di una medicina delle reazioni patologiche: la malattia consiste nella reazione dell’organismo e nel sovraccarico irritativo dei tessuti , considerato responsabile della maggior parte dei disturbi patologici.

Questo modello funzionale in biomedicina si è evoluto grazie ad una serie di ricerche del XX secolo. È cominciato un approfondimento di quei processi morbosi in cui non compaiono lesioni organiche, oppure in cui la lesione è secondaria rispetto ad una perturbazione più generale dell’equilibrio (nervoso, ormonale). Si tratta di quelle malattie in cui non si trova nessun agente patogeno propriamente inteso, o che non hanno una localizzazione precisa.

Dal momento che la lesione non è più stata considerata la responsabile della malattia, viene vista come la complicazione del male, la conseguenza anatomica di una disfunzione che le preesisteva.

Leriche ha dimostrato che le malattie originate da disfunzioni sono in grado di provocare autentiche affezioni organiche.

Il divario fra la medicina ippocratica e neo-ippocratica e la patofisiologia moderna e contemporanea è profondo. Si ha soprattutto il predominio del modello epistemologico, mutuato dalle scienze sperimentali e tendente a fare della medicina una scienza esatta, a somiglianza della fisica e della chimica: la rottura con le nozioni di umore, temperamento, carattere, tipo, considerate ormai speculative e prescientifiche, la minore considerazione attribuita all’esame clinico e all’individualità del malato e la convinzione che, in patologia, lo sforzo dell’organismo per difendersi è spesso inadeguato, sono assunti in totale contraddizione con il precetto di natura medicatrix ( natura guaritrice) di Ippocrate.

La medicina si è evoluta quindi verso nuovi paradigmi, riferendosi a nuove epistemologie, abbandonando e dimenticando il passato. Ma fino a questo punto, non si è curata di integrare il vecchio con il nuovo. La nozione di germe patogeno e quella di lesione organica, sono passati in secondo piano rispetto ai disturbi funzionali, ritrovabili a livello dei tessuti, delle cellule, delle molecole.

Solo con Bichat, si è passati al procedimento anatomo-clinico, basato su assunti analoghi a quelli che ispirarono la psicoanalisi. Tale procedimento consiste nella determinazione del rapporto tra i sintomi osservati all’esame clinico sul vivente e le lesioni organiche constatate sul morto attraverso l’autopsia. La lettura medica è divenuta a “doppio accesso”: una geografia medica del corpo basata sulla differenziazione nello spazio degli organi e sulla ricerca dei danni, ha smesso di opporsi ad una storia del soggetto basata sullo studio dinamico dei processi patologici. Una medicina che dedica attenzione a quanto il malato dice e a quanto può essere letto sul suo corpo, non è più risultata in antitesi con una medicina che dà preminenza assoluta a quel che succede nella profondità del corpo.

Ma due secoli dopo Bichat, la comprensione attuale della malattia, continua ad oscillare tra il polo organico e lo spaziale, tra il polo psicofisiologico e il temporale. E anche nel caso in cui un terapeuta operi cercando di integrare le due estremità della visione anatomo-clinica della malattia, è difficile che il pensiero non vacilli, fino ad optare per uno dei due modi di intendere, a detrimento dell’altro.

In definitiva, ora può essere la ricerca ossessiva della localizzazione del male che prende il sopravvento sullo studio dei processi funzionali e sull’analisi semiologica, o può essere il contrario. Ma il modello anatomo-clinico, introduce un ordine di precedenza fra l’anatomia e la clinica: solo lo studio dell’anatomia è riconosciuto come forte sostenitore della legittimità clinica, pur senza opporsi a questa. Lo studio semiologico, senza essere rinnegato, è considerato come espressione e risultato dell’appoggio anatomico.

Il tempo non viene negato a vantaggio dello spazio, e la storia del soggetto non viene smentita a profitto della “geografia” corporea, tuttavia è lo spazio che crea le fondamenta per il tempo, e la geografia per la storia.

Tuttavia con la psicologia complessa, inaugurata da C.G.Jung, medico, psichiatra, psicologo analista e grande pensatore ed empirico, si apre una nuova finestra sulle manifestazioni psichiche e fisiche dell’umano. Una finestra la cui vetrata offre una visione che si potrebbe dire completa, permette di intuire anche ciò che è distante o di lato. Antiche discipline orientali, sistemi occidentali soppiantati dalla modernità e ancora nuove espistemologie che emergono dalla morsa stretta della metodologia razionalista. Ciò che permette una visione così ampia è il senso.  il senso che seppur osservando e differenziando parti, luoghi e tempi, di queste parti, non perde il filo che ne unisce matrice, reazione, interazione e ricerca di equilibrio. E il sintomo diviene allora sinonimo di senso. E’ solo aprendosi al senso che la concezione di patologia perde il connotato reificatorio, svalutativo e negativo. Un altra dimensione compare, oltre a quella del passato causale e del presente fenomenologico, ovvero quello del futuro a cui ci fa pensare la conoscenza che ci viene dall’astrofisica, per cui la tendenza dell’universo pare sia quella di cercare la sua omeostasi continuamente. La sincronicità, fenomeno che ormai fa parte sia del sistema teorico e clinico della psicologia analitica, sia dell’osservazione in fisica, sia del nuovo paradigma della teoria del complessi culturali, entra a far parte di un osservazione clinica che guardi al sintomo e al disagio come a una produzione di senso che parla all’individuo e alla sua comunità.

I vari modelli medici pare siano allora manifestazioni funzionali a dare realtà a differenti parti e tempi dell’espressione della materia e siano orientati a comprendere e controllare una data parte della fenomenologia dell’esistenza. Eppure il sintomo parla di piani che non si esauriscono nella mero fenomeno che si manifesta in corrispondenza con un solo livello di osservazione.  La teleologia del sintomo, fattore che è gran parte del motore della clinica junghiana, introduce la necessità di aprire la finestra dalla quale si osserva la vita, e contaminarsi con i pollini provenienti dal mondo vicino e dal mondo lontano, nel tempo e nello spazio.

Perchè l’immagine con una scritta tratta dal Tao Te Ching? Se il taoismo è la filosofia della natura, la psicologia complessa è la filosofia della cultura della natura. Dal taoismo apprendiamo come osservare i fenomeni culturali che si approcciano alla natura e da essi, con la psicologia junghiana possiamo aprire la finestra su di una nuova via.

Zaira Cestari.

Brano rielaborato da “La consapevolezza nella salute, nella malattia e nel processo di guarigione“, Zaira Cestari, 2006.

Terrore ed età della coscienza

“Come analisti junghiani, sappiamo bene che i dubbi e le ansie che colpiscono una persona che si trova alle prese del processo d’individuazione. Un apparente caos e una buona dose d incertezza accompagnano un viaggio psichico che si muove verso una nuova integrazione e una maggiore consapevolezza. Il principio d individuazione, applicato ai valori internazionali, richiede dialogo fra le posizioni opposte e contrarie, e in questi progetto dubbi e periodi di disperazione ci saranno sicuramente. Quando una posizione definita e tradizionale viene relativizzata, l identita culturale si destabilizza. Nelle questioni internazionali non c è un potere di controllo che abbia la responsabilita di questo processo, e il centro è invisibile.”

Murray Stein, Il principio d individuazione. P.140.

Dott. Jung, pensa che ci possa essere la terza guerra mondiale? Una guerra nucleare?

Jung: se le persone che avranno unito gli opposti dentro di se, saranno in numero maggiore di chi non sara arrivato a questo processo, allora non ci sará un disastro nucleare.

(Ho riportato questo passo a memoria, perdonatemi le imprecisioni).

Oggi su Facebook ho pubblicato una vignetta, tratta dalla pagina Bioenergetica Italia che descrive l’età della psiche umana, che sembra trascendere molto dal’età anagrafica. La descrizione divide i bambini dagli adolescenti perchè questi ultimi iniziano a rendersi conto che tutti gli altri sono imperfetti e non degli dei idealizzati, nel bene e nel male. Gli adulti invece iniziano a perdonare gli altri e i saggi perdonano pure se stessi!

 

Grazie a www.bioenergeticaitalia.org

Grazie a www.bioenergeticaitalia.org

Quanti like ho ricevuto. E tutte queste approvazioni mi hanno portato ad un ambivalenza: speranza o disperazione? Questa vignetta parla di qualcosa di medicamentoso, qualcosa che arriva a placare la sete ,la fame, la sofferenza. C’è dunque fame, sete e sofferenza.

Alla psiche sembra non bastare un nutrimento esclusivamente intellettivo, come mostra la rarità del binomio colto-saggio. Spero che questi like rappresentino la contingente evoluzione psichica dell’umanità che porta a pigiare mi piace nel momento in cui quel concetto lo sente come parte della propria sostanza psichica, della propria esperienza individuativa ( vedi Individuazione).

Questa speranza sarà forse realistica quanto l’opposta disperazione che emerge dal constatare che ciò che sta portando alla distruzione della nostra specie e della nostra terra è la scissione netta tra, usiamo metafore non metafore, testa e corpo, tra giorno e notte, tra vita esterna e vita interna:quante delle persone che hanno messo il like facevano parte di quelle persone che vivono in ascolto del richiamo ad osservarsi, a prendere in mano quello specchio, così pericoloso per Narciso, o quante invece  fanno parte di quelle persone che colgono con l’intelligenza razionale le parole sagge e le usano per allontanarsi ancora più da sè, per additare gli altri come bambini e identificarsi così con un falso saggio.

Ricordo i Nativi Americani, quegli esseri che sono stati spazzati via dal colonialismo europeo. Questo è stato concretizzato da uomini che volendosi evolvere come società e come individui, erano come posseduti. In psicologia analitica si dice che un archetipo aveva preso il sopravvento sulla loro coscienza, portando cosi a distruggere i loro simili che però rappresentavano dei vecchi saggi. Una volta distrutti l’Europa è diventata cosi il vecchio continente. E ancora si identifica con la saggezza. Falsa saggezza. Ancora l’Occidente è una società dipendente, che dipende dalla sicurezza, dal confort, dalla tecnologia, o da qualsivoglia cosa. Ancora la colpa è dell’altro. Dei musulmani o degli americani. Dei banchieri o dei politici, della tv o del calcio, delle soubrette o della Chiesa.

Il razionalismo occidentale si mostra ben meno saggio di quell’antica cultura che ancora i pochi nativi americani viventi, incarnano, così come la saggezza di altre culture sciamaniche.

 

Il razionalismo occidentale è giovane e per diventare saggio dovrebbe farsi prenedere per mano da saggezze ben più antiche, la cui essenza si radica in una conoscenza percettiva delle leggi della vita, una conoscenza che per il pensiero intellettuale è raggiungibile solo partendo dalla percezione, propria o altrui. Ma una coscienza intellettiva puerile che si crede saggia,è in realtà un ego bisognoso, spaventato e fragile. E’ un puer che se lasciato senza guida, con il suo bisogno insoddisfatto, si organizza nei modi più immediati per sopravvivere (rammento il libro Il Signore delle Mosche [William Golding, 1952] ), in modi lontani dalla coscienza e lontani dall’amore adulto, quello che perdona.

Quale età ha la nostra coscienza?

Il primo lavoro da fare (prendendo spunto dalla vignetta) è con i genitori. La maggior parte dei pazienti con cui ho fatto un tratto di strada insieme, temono di guardare alla propria infanzia per non dover vedere quell’aggressività e quelle emozioni negative che intuiscono di nutrire verso i genitori. Anche o sopratutto se questi sono già defunti. Negano qualsiasi emozione negativa depurando la loro storia dalle parti più interessanti, intese come più gravide, più dolorose, privandosi però del più grosso potenziale trasformativo. Dichiarano un amore che è ancora dipendente, negano l’emozione negativa rivelando così la necessità dell’altro. Negano e nascondono a sè stessi tutto ciò che parla di bisogno, di dipendenza. L’amore dipendente è’ ombreggiato,  e destinato a cambiare, come quello del bambino, che ha bisogno del genitore, ma che presto cercherà un amore sempre più  adulto. Quell’amore per le luci e le ombre, per il passato e per il futuro, quell’amore per il famigliare e per lo sconosciuto.

Vedere quest’ombra d’odio, di rabbia e di disprezzo è il primo passo per il perdono, per l’umanizzazione degli altri. Finchè gli altri e noi stessi siamo figure archetipiche, degli dei, è difficile che quel processo descritto nella foto abbia inizio.

Se ritorniamo alla vignetta vediamo che quando nutriamo emozioni negative verso l’Altro da sè, siamo, almeno in parte, nella fase del bambino, la fase della dipendenza, ovvero quella fase dell’esistenza in cui l’emozione negativa è di vitale importanza, perchè smuove il bimbo e il genitore verso quella necessità che è basilare, fisicamente e psicologicamente.

La coscienza adulta è quella che si assume le responsabilità, che di fronte a ciò che non può controllare, non si arrende ma nemmeno combatte, prende atto, accetta e trova le strategie migliori per convivere con questa forza più grande. Questa parte adulta è quella che può prendere in mano quello specchio per iniziare a guardare il proprio peggior nemico, che è dentro di sè. E’ peggiore perche è dentro e perchè è  diventato spesso un mostro dalla disperazione di non essere ascoltato. Ma l’inconscio non si puo ammazzare, incolpare, allontanare, zittire, negare. Una volta visto, induce la coscienza a divenire ancora più adulta, ancora più responsabile. E così inizia il perdono e da lì la saggezza.

Cosa si vede nello specchio? Pensieri, valori, sensazioni, paure, emozioni. Più lo specchio riflette, più questi elementi appaiono nitidi e distinti. Si separano, depotenziando cosi gli oggetti, le situazioni, le persone alla quali attribuivamo questo miscuglio incandescente ed inconscio.

Ma se la coscienza è bambina, far finta di essere grande e saggia, grazie ai titoli di laurea, grazie a milioni di libri letti, o sventolando la propria veneranda età e le proprie esperienza di vita dolorose, non la si permette di crescere. Quando i bambini prendono in mano lo specchio la coscienza inizia ad emergere da una nebbia che dava l’illusione che le cose esistenti fossero solo quelle visibili e vicine.

Si potrà penserà cosa c’entra tutto ciò con le guerre, gli attacchi terroristici, etc? Se stiamo pensando questo non abbiamo ancora preso in mano lo specchio.

Dopo questa domanda retorica snob, vi lascio con un video:

Zaira Cestari

Cos’è l’utile in psicoterapia

Utile è cio che contribuisce direttamente al completare te stesso
Non è direttamente utile cio che devia dalla strada sopra menzionata
Utile è cio che soddisfa il centro e non la tirannia di sole parti
E’ utile cio che va verso l’integrazione e quindi l’espansione della coscienza ; non verso la regressione, un po come l’espansione dell’universo
Utile è cio che ti porta fin dove puoi arrivare
Non è utile cio cha ti porta a girare le spalle al limite, a cio quindi che ti porta a incontrarlo scontrandoti e a cio che ti porta a desiderarlo cosi fortemente da sbatterci contro
Utile è cio che quando è compiuto, senti per un po che c’è equilibrio, almeno finche non sopraggiunge un nuovo passo da compiersi.
Utile lo puoi menzionare solo in virtù di una relazione buona conscio-inconscio, e di un asse Io-Sè ben fluido.
Spero che questo ti sia utile.

Zaira Cestari

“Salomè non piangere!La felicità sta solo in cio che crei tu stessa, e non in cio che ricevi.” Carl Gustav Jung, Liber Novus, p. 325

Invisibile Sovranità

invisibile sovranità

invisibile sovranità

Conference Presentation, DEFINIZIONI DEL REALE: LA REALTA’ DELL’INCONSCIO, L’APPARENTE INVISIBILE E IL RUOLO DELL’INTUIZIONE NELLA CONTEMPORANEITA’

C.G Jung, in una famosa e tarda intervista, pronunciò la semplice e celebre frase, pregna di tutta la sua opera, che l’uomo non puo vivere senza un senso.

Miti, religioni e arte manifestano nella loro produzione, la ricerca dell’essere umano, attraverso il simbolo, di un senso di ciò che non è visibile e quindi non comprensibile all’interno di una legge lineare di causa ed effetto. .

Osservando la coscienza collettiva, rimanendo quindi su un piano generale, appare un movimento di cambiamento che ricorda la crescita asimmetrica dell’embriogenesi delle piante: ad esempio i miti della Dea, nelle società matrilineari esistenti probabilmente già 30.000 anni fa sono state soppiantate 5000 anni fa, relativamente gradualmente, dal mito del Dio Solare, che ha sostenuto lo spirito patriarcale e bellico che ancora vige. Restando sul tema del cambiamento che porta a soppiantare il vecchio e restando anche nel tema della dominanza del principio maschile a scapito di quello femminile a partire da 5000 anni fa, ecco le parole di Michael Daniels

” Appartenendo a questa maggioranza, i destri ritengono che si tratti di uno schema naturale, normale, giusto o corretto. La difficoltà con cui usano la sinistra, associata all’evidente goffaggine dei mancini in molti compiti, ha portato inevitabilmente a credere alla superiorità della destra.
(…)
Esiste un pregiudizio culturale a favore della mano destra.
(…)
La distinzione primaria tra destra e sinistra sembra essere dunque non tra bene e male. E’ piuttosto una distinzione tra il principio femminile-luna-notte a sinistra e il principio maschile-sole-giorno a destra.” 

In tale situazione ciò quindi che non contribuisce allo sviluppo della parte collettivamente emergente, è relegato ai margini. Da quando il culto della Dea è stato sostituito dai miti del dio solare, simbolo che ancora influenza la razionalità, è stata sovrana l’immagine di quel tipo di coscienza che illumina, che separa, che misura, l’animus della psiche, il maschile. Il femminile rappresenta il pericolo per questa coscienza che innalza dall’inconscio arcaico e animale. Il femminile nell’accezione negativa è l’istanza della regressione. Di questa dinstinzione se ne trova traccia a partire da Anassagora (vedi la Tavola Pitagorica degli Opposti), ma l’attribuzione di giudizi di valore (positivo e negativo) si attribusce all’epoca il cui la succesione matrilineare è stata sostituita da patriarcato. Come dice di nuovo Daniels

“ il dispregio della sinistra e del mancinismo (per l’associazione con la debolezza, falsità, impurità, anormalità , disordine, male , tabù, etc) può essere un fenomeno storico relativamente recente. Queste associazioni possono allora non costituire il significato originario o fondamentale della sinistra. Analogalmente il significato originario della destra potrebbe non essere basato su concetti come forza, purezza, normalità, ordine, bontà o ortodossia. Queste attribuzioni, in altre parole, possono semplicemente riflettere un pregiudizio maschile o patriarcale.”

Quel che è sovrano rende invisibile ciò che destituirebbe la sua sovranità. Parlerò di intuizione proprio in virtù di questo rapporto sovranità-invisibile.

Forse l’opposizione tra questi due termini non è l’unica relazione possibile tra i due. Cosa succede se nella sovranità è inclusa un istanza che fa luce nel buio, e che vede il nero nel bianco e il bianco nel nero? E’ una sovranità che vede il suo essere limitata, che vede che confini ce ne sono ovunque e che vede che non può vedere tutto, non può controllare tutto. E’ una sovranità diversa. Ma è possibile?

Jung in Ricordi Sogni e Riflessioni, scritto alla fine della sua vita ed edito nel 1961, afferma che

“assimilare l’intuizione che la vita psichica ha due poli è un compito del futuro” (p.211).

Questa affermazione è pregna del fatto che anche in gran parte della psicologia e della ricerca spirituale moderna è come se vigesse ancora, o almeno fino a pochi anni fa, l’antico dogma trinitario, il dogma dell’hic et nunc, il dogma del padre, il dogma che è reale ciò che è presente, ciò che è già manifesto, ciò che è considerato oggettivo perchè cosciente per la collettività in un dato momento storico. Ancora vige la fascinazione per la luce. Tuttavia è intuitivo notare che l’energia antinomica degli opposti è presente anche dove c’è un tiranno. La luce del sovrano, piu è luminosa più annienta le luci dei sudditi, relegandoli nell’ombra del popolo dimenticato nei sobborghi della città o nei sobborghi della cultura umana, che da un punto di vita che considera la psiche come onnipresente, sono i sobborghi nella psiche, la cosiddetta Ombra e l’Inconscio.

La scienza cosiddetta oggettiva che rassicura il singolo e la collettività, relega il simbolico nell’inconscio proponendo invece il segno o l’allegoria, ovvero l’immagine che rappresenta chiaramente ciò che la coscienza vuole rappresentare, niente di più. Questo è il regno indiscusso dell’ego che si illude di essere il solo e di veder tutto. Questo è lo stadio dell’onnipotenza del bambino che ha bisogno di credere assolutamente in ciò che sa con chiarezza per poter proseguire nell’assimilazione del sapere e nell’accrescimento della coscienza. E’ la fiducia primaria in sé, necessaria per la nascita della coscienza .

Dice Neumann: “ Il collettivo trasmette come un bene culturale all’individuo che si va formando quei valori che nella storia dell’umanità hanno favorito lo sviluppo della coscienza, mentre interdice tutti gli sviluppi e tutti gli atteggiamenti contrari a quel processo.” 

Il bisogno e il tentativo di far fronte all’angoscia del buio, dell’incomprensibile, del non controllabile, rimanda solo un po più in là l’incontro con il buio, con il possibile e nello stesso tempo con il limite.

La negazione dell’inconscio, del simbolico e dell’intuizione si rivela chiaro nell’ambito della cura del corpo oltre che in certe forme della cura della psiche e della spiritualità. Subentra il conflitto tra reale ed irreale. Per esempio quando compare una difesa tipica come “si ma io sto male per un motivo reale, tangibile, mentre tu stai male solo per dei fantasmi creati dalla tua mente”, si rivela in tutta la sua drammaticità la sovranità di un tipo di realtà a scapito di un’altra realtà.

Concepire un tipo di sovranità, quindi un tipo di coscienza che non allontana il buio ma che muove la fonte della luce in modo dinamico e variabile, in modo tale da avere un’ idea il più completa possibile di ciò che c’è nella stanza buia, significa condurre la coscienza verso la consapevolezza delle sue stesse possibilità e dei suoi stessi limiti. E’ una coscienza, e quindi un tipo di sovranità che non dichiara guerra alle terre straniere per eludere l’angoscia che il confine attiva, ma è una coscienza che intuisce al di là dei confini ma rimane nel suo territorio al fine di coltivarlo con quel che gli è dato.

Ma esiste, è reale e quale è la parte che registra la presenza dell’invisibile? di ciò che non è qui ma di ciò che è là? È possibile dare realtà alla percezione di ciò che non è misurabile e non è percepibile con i 5 sensi fisici?

Jung parla d’ intuizione. E ne parla (ne scrive) come di una delle quattro funzioni psichiche. La pone quindi sullo stesso piano. Non è qualcosa di metafisico, o di illusorio o che ci può dire meno o più della realtà rispetto ad altre funzioni che collettivamente conosciamo meglio.

Riporto un’ eloquente citazione tratta da un libro inedito, curato da Elena Caramazza, consistente nelle trascrizioni di Roland Cohen alle conferenze di Basilea del 1934, ma ancora attuali, o meglio, ancora maestre sia in psicologia che in filosofia.

“L’intuizione, naturalmente, in quanto funzione irrazionale, non è facile da definire per l’intelletto. Nei miei “Tipi Psicologici”l’ho chiamata una “percezione per via inconscia”, poiché una delle sue caratteristiche consiste nella difficoltà a poter precisare dove e quando nasca. Essa sembra poter percorrere molte strade e, grazie al suo emergere, permette di vedere, per così dire, “dietro l’angolo”. Mi limito a questo, e confesso che non so, in fondo, come opera l’intuizione; non so cosa è successo quando un uomo sa improvvisamente una cosa che, per definizione, non dovrebbe sapere; non so come è giunto a questa conoscenza, ma so che è reale e che può servire come base per la sua azione. I sogni premonitori, la telepatia e tutti i fatti di questo tipo sono intuizioni. Ho constato questi fenomeni in grande quantità, e sono convinto che esistano; se ne incontrano tra i primitivi e da ogni parte, non appena prestiamo attenzione alle percezioni che ci giungono attraverso gli strati subliminlali del nostro essere, ossia che si trovano sotto la soglia della coscienza. L’intuizione è una funzione molto normale, perfettamente naturale e necessaria; si occupa di ciò che non possiamo né sentire né pensare, perchè manca di realtà, come il passato che non ne ha più, e il futuro che non ne ha ancora, per quanto possiamo immaginarlo. Dobbiamo essere molto riconoscenti al cielo di possedere una funzione che ci elargisce una qualche luce su ciò che è “molto al di là delle cose”. 

La psicoanalisi rappresenta un movimento della coscienza collettiva umana, che ha iniziato a riconsiderare reale, ciò che per secoli è stato collettivamente trascurato e relegato nell’ambito del falso.

Con la psicoanalisi in generale e con la psicologia analitica di Jung in particolare, si assiste ad una nuova risposta alla trasformazione della coscienza umana. Fa capolino il concetto di inconscio che porta con se il concetto di relatività della coscienza e di proiezione (all’esterno di ciò che inconscio) e il concetto di sincronicità, che delude la pretesa di sovranità della razionalità che coglie solo ciò che è lineare.

L’immaginario sull’ inconscio acquisisce nel corso del novecento validità grazie allo studio antropologico comparato della produzione simbolica nei sogni, nei sintomi, nei miti e nei riti. (si pensi ad esempio allo studio sulle religioni di Gerardus van der Leeuw)

Il guardare all’inconscio è lo sguardo nella notte, nella profondità della terra o appunto dietro l’angolo. Sovrana nella psicoanalisi è la funzione psichica che guarda in là, che percepisce ciò che non è visibile, ed è quella funzione che collettivamente per secoli è stata la quarta, ovvero l’ombra, quella inferiore, da deridere, da catalogare come falsa e pazza. Ciò o chi è caratterizzato da intuizione è cosi l’ombra per il collettivo. Ma si sa che è dall’ombra, che si accede alla trasformazione e quindi al cambiamento.

Dice Von Franz:

“La funzione inferiore è la ferita della personalità cosciente che mai si remargina e sanguina perennemente, ma è attraverso di essa che l’inconscio può entrare in ogni momento, apportando un ampliamento della coscienza e generando un atteggiamento nuovo.
Nella maggior parte delle società normali, la gente nasconde la propria funzione inferiore attraverso la Persona. La Persona trova una delle sue piu importanti ragioni di sviulppo nel desiderio di non esporre la propria inferiorità, specialmente l’inferiorità della quarta funzione.” 

Afferma inoltre che l’intuizione intuisce appunto il Sé e cosa avviene nel Sé (intesa come totalità psichica comprensiva di conscio e inconscio e che rappresenta la realizzazione piena di sé, al di là dell’imitazione di profeti ed eroi), e di come la collettività, rimuovendo l’intuizione si è allontanata dal Sé, da ciò che è invisibile agli occhi. Intuire il Sè significa intuire l’altra metà della mela. Significa non cedere alla sovranità indiscussa della coscienza che vede per polarità, ma può voler dire guidare la vita sapendo sempre che accanto al visibile c’è l’invisibile, accanto al sovrano ci sono sempre sudditi che possono in ogni momento divenire sovrani e che la natura ci insegna proprio questo: la presenza del dì e della notte.

L’auspicio è che lo sviluppo tecnologico teso a gestire la realtà esterna, possa essere bilanciato nella sua corsa da un’accettazione cosciente della realtà di ciò che è invisibile e incomprensibile razionalmente, e dalla consapevolezza che quello stesso sviluppo è nutrito dall’attività mitopoietica della psiche, e potendo cosi proseguire nell’opera di evoluzione umana in equilibrio con una più ampia fetta di ciò che è naturale, rinunciando ad un ideale di sovranità indiscussa della coscienza. Ancora Jung:

“ Il simbolo possiede il doppio carattere di realtà ed irrealtà. Il simbolo è inconoscibile poiché è mediatore tra coppie di opposti, quindi non si può comprendere né con il pensiero, né con il sentimento (pienamente). Si può solo intuire ed assimilare alla coscienza” 

Bibliografia

  •  M. Daniels, 1992, Alla scoperta di Sè, La psicologia junghiana e la tecnica del watchword. ( Self-discovery the jungian way. The watchword tachinique, 1992, London and New York: Routledge). Ubaldini Editore, Roma, 1996, (pp 30-34)
  • Ibidem, (p. 35)
  • Erich Neumann, 1949, Storia delle origini della coscienza ( Ursprungsgeschichte des nbewusstseins, Rascher Verlag, Zurich), Astrolabio Editore, Roma, 1978, (p.318)
  • C.G.Jung, 1934, Elena Caramazza (a cura di). Le conferenze di Basilea, Bergamo: Moretti e Vitali, 2015 (pp. 77, 78)
  • G. Van der Leeuw. 1933 Fenomenologia della religione (Phänomenologie der Religion),Torino, Boringhieri, 2002.
  • M.L.Von Franz, 1988, Tipologia Psicologica, ( Jung’s Typology), Edizioni red, Novara, 2004 (p. 95)
  • C.G.Jung, 1913-1936, Tipi Psicologici. Roma: Edizioni Newton, 2006 (p. 199 )

 

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