ombra

Commento al film “Silence” di Martin Scorsese

SILENCE

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Sono forse questi pensieri scomodi, a che forse potrebbero urtare, senza la mia intenzione, chi a fede, ma che forse hanno qualcosa del mondo, nè brutto nè bello. 

Fino alla comparsa dell’interprete giapponese che spiega a Rodriguez qual’è l’epistemologia di riferimento dell’agire giapponese nei confronti dei “conquistadores” cristiani, ho faticato a rimanere nella costanza di finire il film.

La fenomenologia cristiana, mi tocca con una violenza (ad un livello psichico) tale che la violenza giapponese  (fisica) la percepivo poco consistente

L’interprete placa quell’inflazione cristiana che appesantisce gli animi insegnando il rifiuto e la vergogna del male, tanto che la proiezione dell’ombra diventa feroce. L’interprete con grande calma, vede quel complesso che sta agendo ciecamente e che purtroppo ha agito per secoli plasmando la psiche e il pensiero europeo e lo osserva come se lo conoscesse, come se fosse una  delle tante forme dell’energia che agisce nella psiche umana. 

Ho vissuto quella fede estrovertita dei cristiani, questa proiezione di un sè fuori di sè, come qualcosa di distruttivo, come un movimento non verso il centro ma verso la periferia, un movimento che consuma la coscienza, mentre quella feroce dittatura giapponese come una compensazione inconscia a quella coscienza che abbraccia la consolazione di un perdono, la consolazione di fare a meno di sè, di essere stretti da un abbraccio di un padre gigantesco che porta tutte le croci. Mentre Rodriguez vive l’inflazione del buono, il cui orgoglio lo rende il figliol prodigo che lo farà entrare come un eletto tra i ranghi più alti vicino al Padrone chiamato Dio, la ferocia giapponese riporta questa inflazione alla natura, saggia e crudele. 

Nonostante tutta quella violenza, ieri sera, nello sdraiarmi nel fouton giapponese,steso su un tatami giapponese, ho sentito pace. Come se la visione avesse riequilibrato un poco quel sentore di violenza simbolica della chiesa dalla patristica in poi. 

Quei roghi, quelle torture non erano altro che l’ombra stessa di quella religione che ha agito nel nome del bene e del buono. Per servire il padrone. Servire il padrone è tradire se stessi e i propri fratelli. E’ il bravo scolaro la cui intera energia è conquistare il benestare dell’insegnante. 

Tradire se stessi è fidarsi dell’altro. Fede e spiritualità sono forse due opposti incarnati qui da occidente e oriente.  La fede può essere un tradire se stessi, e questo Ferreira lo comprende bene quando asserisce che il Giappone lo ha portato a riavvicinarsi alla propria natura. Rodriguez non può, è più fragile. I cristiani rincorrevano illusioni, lasciando dietro di sè, in una negazione profondissima, ciò che non va bene, pensieri, desideri, persone; mentre i giapponesi impongono saggezza, con violenza fisica. Da una parte i sentimenti, da una parte i pensieri. Non c’è cosa più giusta o cosa più vera. 

Le mie non sono parole politiche, ma dettate da un percepire che da voce a un vissuto spesso celato. Forse il tutto tende a un equilibrio. 

La violenza chiama violenza, l’amore chiama amore. Un estremo può essere riequilibrato solo da un altro estremo. Questo processo è stato chiamato eneantiedromia, e spesso è necessario. 

Spero di non aver urtato nessuno, in tal caso sono disponibile a proseguire il dialogo. 

III CONVEGNO DI PSICOLOGIA TERRORI ANTICHI E MODERNI Storie Psicologiche di Monoteismi – 2 Ottobre 2016

PROGRAMMA CONVEGNO 2016

« Qui chi non terrorizza | si ammala di terrore. »
(Fabrizio De André)
« Finora ignoravo cosa fosse il terrore: ormai lo so. E’ come se una mano di ghiaccio si posasse sul cuore. E’ come se il cuore palpitasse, fino a schiantarsi, in un vuoto abisso. »
(Oscar Wilde)
❖ Ecco il PROGRAMMA del III Convegno di psicologia
– TERRORI ANTICHI E MODERNI – Storie Psicologiche di monoteismi ❖
QUANDO?
2 Ottobre 2016
DOVE?
Chieti – Camera di Commercio (sala Cascella)
COME ISCRIVERSI?
Basta inviare una mail a lanimafaarte@gmail.com scrivendo
✓ NOME,
✓ COGNOME
✓ VCYL o foto del versamento
effettuato sul ccp 001014320707 intestato a L’Anima Fa Arte, via Vicoli 9 Chieti – 66100
Quota di partecipazione: 50 euro; 30 euro per studenti di psicologia, convenzioni e soci.
(PRANZO INCLUSO)
☎ Per info: 327.8404347 oppure 320.4822302
Per maggiori info clicca QUI

La mano sinistra: altra mano

Qui di seguito il link al blog Jung Italia dove è stato pubblicato l’articolo in oggetto, che a sua volta rimanda alla rivista l’Anima fa Arte, per la quale l’articolo stesso è stato scritto.

 

http://www.jungitalia.it/2016/07/09/psicologia-e-corpo-la-mano-sinistra-altra-mano/

Trasformazione e Ombra

Leggi il commento alla serata 

Chiuderemo le serate 2015/2016 affrontando il tema cardine della tipologia psicologica, ovvero il motivo dell’importanza del suo studio o della coscienza di essa: la trasformazione, ovvero la funzione trascendente.

Il titolo di questa serata è  infatti Trasformazione e Ombra, perchè è là dove non siamo ancora trasformati, là dove siamo appena venuti al mondo (il basso, l’ombra, lo scuro, l’humus) che ci possiamo trasformare.

 

ombra e trasformazione

 

 

Mercoledi 25 maggio ore 20.30-22.30

Presso studio Zaira Cestari, Borgo stretto 10, Pisa

E’ gradita puntualità

Ci sarà  un brindisi finale  a chiudere l’anno e  qualche dolcetto vegan

Serata ad offerta libera 

per info: 3398041610

cestarizaira@gmail.com

Continua info sulle serate junghiane al link: http://www.cestarizaira.info/serate-junghiane/

o su facebook: http://www.facebook.com/groups/seratejunghiane

Serate junghiane: dall’Ombra alle neuroscienze.

Questo post vuole essere uno stimolo a quel lavoro  di trasformazione della  coscienza e della conoscenza che era ed è l’intento delle Serate Junghiane. 

Quest’anno in due serate c’è stata una prima apertura ad ospiti che propongono un loro contributo a questo fare coscienza o fare anima, come direbbe Hillman.

Il primo ospite, il Dott. Paolo Minerva ci ha fatto un esempio di come la tipologia psicologica, argomento della terza edizione delle serate si combina nella vita degli esseri umani, da sempre e ovunque, in maniera tipica e tuttavia complessa.  (Gli archetipi Guida)

Il secondo, il Dott. Mario Mengheri ci presenterà il suo ultimo volume “Percorsi junghiani di vita e di cura. Riflessioni cliniche su narcisismo e anoressia.” Introduzione di Maria Cristina Barducci. Post fazione di Camilla Albini Bravo e Pier Claudio Devescovi. Milano: Franco Angeli, 2016, ove la storia concreta e clinica sia l’espressione complessa e variabile dello sviluppo di coscienze diverse immerse nelle emozioni del mondo.

Chiuderemo le serate 2015/2016 affrontando il tema cardine della tipologia psicologica, ovvero il motivo dell’importanza del suo studio o della coscienza di essa: la trasformazione, ovvero la funzione trascendente. Il titolo di questa serata sarà: Trasformazione e Ombra, perchè è là dove non siamo ancora trasformati, là dove siamo appena venuti al mondo (il basso, l’ombra, lo scuro, l’humus) che ci possiamo trasformare. Possiamo avere un idea del tema cliccando qui.

Urs Schmid (1995) raffigurante una tassellatura di Penrose

Urs Schmid (1995) raffigurante una tassellatura di Penrose

In questo post preannuncio anche il filo conduttore delle serate  primavera 2017 (Jung e le Neuroscienze) , la cui idea nasce dal riscontro della diversità di velocità di crescita da paese a paese delle neuroscienze, e dall’affermazione che la coscienza collettiva attualmente necessita sia di percezione a-razionale sia di razionalità per accettare nuovi paradigmi. E allora studieremo, insieme ad ospiti autorevoli provenienti dal mondo della ricerca,  come intuizioni millenarie, le osservazioni cliniche empiriche di Jung e collaboratori e  le neuroscienze ci donino una visione del mondo antica ma nuova da un punto di vista pratico e concreto.

Mentre nel trimestre settembre-dicembre 2016 riprenderemo ( la prima volta è stata durante il secondo ciclo delle serate junghiane, da ottobre 2014 a giugno 2015)  la Lettura collettiva del Libro Rosso (Liber Novus), in una forma non più meramente intellettuale, ma esperenziale. Clicca qui per saperne di più.

 

 

Zaira Cestari

 

La propria croce o l’abisso.

L’importanza della funzione inferiore

(termine usato nella descrizione della tipologia psicologica)

“La differenziazione dei tipi ha inizio già nella primissima infanzia. Per esempio, in un bambino di un anno e mezzo si possono già scorgere i due atteggiamenti (estroversione o introversione). (…) I bambini, come gli adulti, tendono a fare spesso quello in cui riescono bene, e a evitare ciò in cui non riescono. (…) L’ambiente rafforza la tendenza unilaterali preesitenti, i cosiddetti “doni di natura”, contribuendo a questo modo a sviluppare ulteriormente la funzione superiore e a lasciare che l’altro lato della personalità degeneri lentamente.

(…) Alcuni incontrano qualche difficoltà a riconoscere il proprio tipo, cosa molto spesso dovuta al fatto che si tratta di tipi distorti. Non è un caso molto frequente, che tuttavia tende a verificarsi allorchè l’atmosfera che circonda un individuo lo costringe a sviluppare una funzione diversa da quella originaria. (…) La sua funzione principale, semplicemente, non viene valorizzata dall’ambiente in cui cresce.

I tipi distorti presentano vantaggi e svantaggi. Gli svantaggi risiede nel fatto che (…) rimangono un pò sotto il livello che avrebbero raggiunto se fosse stato loro consentito di svilupparsi in modo unilaterale. D’altro canto, sono stati obbligati fin da subito a fare qualcosa che avrebbero comunque dovuto fare nella seconda metà della vita.

(…) Quando studiamo i casi individuali, ci accorgiamo che la funzione inferiore tende a comportarsi alla maniera di un eroe “folle” di questo genere, il folle divino o l’eroe idiota. Egli rappresenta la parte disprezzata della personalità, la parte ridicola e non adattata, ma anche quella che costituisce il legame con l’inconscio e detiene quindi la chiave segreta per raggiungere il legame con l’inconscio  e detiene quindi la chiave segreta per raggiungere la totalità conscia dell’individuo. Possiamo dire che la funzione inferiore costituisce sempre il ponte con l’inconscio. Essa è costantemente diretta verso l’inconscio e il mondo simbolico. Ciò però non equivale ad affermare che essa è diretta verso l’interno o verso l’esterno: questo varia di caso in caso.

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(…)Uno dei guai maggiori della funzione inferiore è al sua lentezza, e questa è una delle ragioni per cui la gente detesta mettersi a lavorare su di essa. (…). Ma non possiamo farne a meno, è uno stadio che non possiamo saltare. Perdere la pazienza e mandare tutto al diavolo significa rinunciare. Bisogna lasciare tempo al tempo. Tendiamo a escludere la quarta funzione e a sostituirla con un meccanismo artificiale di qualche sorta, una specie di stampella

(…) Fare un osservazione sulla funzione inferiore di un’altra persona significa camminare sulle uova; si tratta di un argomento in cui la gente non sopporta la minima critica. Occorre un rite d’entree: aspettare il momento giusto, che l’atmosfera sia propizia. Solo allora con cautela, dopo un lungo discorso introduttivo, potremmo azzardare qualche leggera critica alla funzione inferiore. Se, al contrario investiamo la persona con le nostre critiche, questa rimarrà del tutto sopresa, faticherà a controllare le proprie emozioni e avremo rovinato tutto.

(…) I riti di passaggio vengono praticati ogni qualvolta si deve stabilire un rapporto con gli altri a livello della funzione inferiore.

(…) Il regno della funzione inferiore nasconde, un gran concentrato di vitalità. Tutto nel regno della funzione inferiore diventa eccitante, drammatico, ricco di possibilità positive e negative. La tensione è tremenda, sembra quasi che la funzione inferiore ci permetta di riscoprire il mondo. (…) La funzione inferiore porta a un rinnovamento della vita, se le permettiamo di occupare il suo legittimo spazio. 

(…) La vita non ha pietà per l’inferiorità della funzione inferiore. Questa è la ragione  per cui produciamo reazioni di copertura. Poichè la nostra reazione non è reale, non facciamo che prenderne in prestito una dal collettivo. Un tipo sentimento, quando è costretto a esprimere la propria funzione di pensiero, si compiace di sciorinare un sacco di frasi fatte o di pensieri che non sono i suoi veri pensieri. Questo succede perchè egli è obbligato a pensare velocemente, mentre il suo pensiero reale ha ritmi più lenti e gli manca quindi il tempo di elaborarlo prima di esprimerlo. 

(…) Nel dominio della funzione inferiore, l’individuo prova un senso di oppressione, di infelicità. (…) Qual’è la sua croce più pesante? Dov’è la sua sofferenza maggiore? Dove sente di continuare a battere la testa soffrendo le pene dell’inferno? 

Marie Louise Von Franz (1988). Trento: Edizioni Red, 2004. pp 19-45

 

 

 

L’ombra dell’amore

Non credo che l’amore puro sia come l’amore sofferente
L’amore puro è quello del bambino.
L’amore sofferente, ama quando vede che c’è qualcosa di opposto all’amore,
che è allo stesso tempo vitale. 
L’amore sofferente ferma per un istante la vita e ama, ma soffre
Quando vede che ci sono tutte quelle cose opposte all’amore,
le vede,
vede come impediscono l’amore e ama appunto per questo.
Sceglie l’amore
e muore.
E risorge
con l’amore nel cuore.
Anche quando non ama.
Rose dell'Irlanda. Agosto 2015

Rose dell’Irlanda. Agosto 2015

passi d’amore verso l’Amore

Il conflitto ha a che fare con l’immobilità. Con la permanenza. Come se certi stati dovessero durare per sempre.

Esiodo e la Musa. Gustave Moreau, 1891

Esiodo e la Musa. Gustave Moreau, 1891

E lì c’è la perdita della mia libertà. Lì, divento schiava della mia ombra.
E potrei far diventare l’Altro schiavo. L’ho fatto in passato.
Cambiare me o cambiare L’Altro. Questa è comunque relazione d’ombra.
L’interezza che mi ha portato invece all’Altro nella sua stessa interezza è preziosa.
Aprire la mia interezza alla sua interezza. Questo è cambiamento. Questo è incontro.

Questo incontro lo chiamo Amore.

Terrore ed età della coscienza

“Come analisti junghiani, sappiamo bene che i dubbi e le ansie che colpiscono una persona che si trova alle prese del processo d’individuazione. Un apparente caos e una buona dose d incertezza accompagnano un viaggio psichico che si muove verso una nuova integrazione e una maggiore consapevolezza. Il principio d individuazione, applicato ai valori internazionali, richiede dialogo fra le posizioni opposte e contrarie, e in questi progetto dubbi e periodi di disperazione ci saranno sicuramente. Quando una posizione definita e tradizionale viene relativizzata, l identita culturale si destabilizza. Nelle questioni internazionali non c è un potere di controllo che abbia la responsabilita di questo processo, e il centro è invisibile.”

Murray Stein, Il principio d individuazione. P.140.

Dott. Jung, pensa che ci possa essere la terza guerra mondiale? Una guerra nucleare?

Jung: se le persone che avranno unito gli opposti dentro di se, saranno in numero maggiore di chi non sara arrivato a questo processo, allora non ci sará un disastro nucleare.

(Ho riportato questo passo a memoria, perdonatemi le imprecisioni).

Oggi su Facebook ho pubblicato una vignetta, tratta dalla pagina Bioenergetica Italia che descrive l’età della psiche umana, che sembra trascendere molto dal’età anagrafica. La descrizione divide i bambini dagli adolescenti perchè questi ultimi iniziano a rendersi conto che tutti gli altri sono imperfetti e non degli dei idealizzati, nel bene e nel male. Gli adulti invece iniziano a perdonare gli altri e i saggi perdonano pure se stessi!

 

Grazie a www.bioenergeticaitalia.org

Grazie a www.bioenergeticaitalia.org

Quanti like ho ricevuto. E tutte queste approvazioni mi hanno portato ad un ambivalenza: speranza o disperazione? Questa vignetta parla di qualcosa di medicamentoso, qualcosa che arriva a placare la sete ,la fame, la sofferenza. C’è dunque fame, sete e sofferenza.

Alla psiche sembra non bastare un nutrimento esclusivamente intellettivo, come mostra la rarità del binomio colto-saggio. Spero che questi like rappresentino la contingente evoluzione psichica dell’umanità che porta a pigiare mi piace nel momento in cui quel concetto lo sente come parte della propria sostanza psichica, della propria esperienza individuativa ( vedi Individuazione).

Questa speranza sarà forse realistica quanto l’opposta disperazione che emerge dal constatare che ciò che sta portando alla distruzione della nostra specie e della nostra terra è la scissione netta tra, usiamo metafore non metafore, testa e corpo, tra giorno e notte, tra vita esterna e vita interna:quante delle persone che hanno messo il like facevano parte di quelle persone che vivono in ascolto del richiamo ad osservarsi, a prendere in mano quello specchio, così pericoloso per Narciso, o quante invece  fanno parte di quelle persone che colgono con l’intelligenza razionale le parole sagge e le usano per allontanarsi ancora più da sè, per additare gli altri come bambini e identificarsi così con un falso saggio.

Ricordo i Nativi Americani, quegli esseri che sono stati spazzati via dal colonialismo europeo. Questo è stato concretizzato da uomini che volendosi evolvere come società e come individui, erano come posseduti. In psicologia analitica si dice che un archetipo aveva preso il sopravvento sulla loro coscienza, portando cosi a distruggere i loro simili che però rappresentavano dei vecchi saggi. Una volta distrutti l’Europa è diventata cosi il vecchio continente. E ancora si identifica con la saggezza. Falsa saggezza. Ancora l’Occidente è una società dipendente, che dipende dalla sicurezza, dal confort, dalla tecnologia, o da qualsivoglia cosa. Ancora la colpa è dell’altro. Dei musulmani o degli americani. Dei banchieri o dei politici, della tv o del calcio, delle soubrette o della Chiesa.

Il razionalismo occidentale si mostra ben meno saggio di quell’antica cultura che ancora i pochi nativi americani viventi, incarnano, così come la saggezza di altre culture sciamaniche.

 

Il razionalismo occidentale è giovane e per diventare saggio dovrebbe farsi prenedere per mano da saggezze ben più antiche, la cui essenza si radica in una conoscenza percettiva delle leggi della vita, una conoscenza che per il pensiero intellettuale è raggiungibile solo partendo dalla percezione, propria o altrui. Ma una coscienza intellettiva puerile che si crede saggia,è in realtà un ego bisognoso, spaventato e fragile. E’ un puer che se lasciato senza guida, con il suo bisogno insoddisfatto, si organizza nei modi più immediati per sopravvivere (rammento il libro Il Signore delle Mosche [William Golding, 1952] ), in modi lontani dalla coscienza e lontani dall’amore adulto, quello che perdona.

Quale età ha la nostra coscienza?

Il primo lavoro da fare (prendendo spunto dalla vignetta) è con i genitori. La maggior parte dei pazienti con cui ho fatto un tratto di strada insieme, temono di guardare alla propria infanzia per non dover vedere quell’aggressività e quelle emozioni negative che intuiscono di nutrire verso i genitori. Anche o sopratutto se questi sono già defunti. Negano qualsiasi emozione negativa depurando la loro storia dalle parti più interessanti, intese come più gravide, più dolorose, privandosi però del più grosso potenziale trasformativo. Dichiarano un amore che è ancora dipendente, negano l’emozione negativa rivelando così la necessità dell’altro. Negano e nascondono a sè stessi tutto ciò che parla di bisogno, di dipendenza. L’amore dipendente è’ ombreggiato,  e destinato a cambiare, come quello del bambino, che ha bisogno del genitore, ma che presto cercherà un amore sempre più  adulto. Quell’amore per le luci e le ombre, per il passato e per il futuro, quell’amore per il famigliare e per lo sconosciuto.

Vedere quest’ombra d’odio, di rabbia e di disprezzo è il primo passo per il perdono, per l’umanizzazione degli altri. Finchè gli altri e noi stessi siamo figure archetipiche, degli dei, è difficile che quel processo descritto nella foto abbia inizio.

Se ritorniamo alla vignetta vediamo che quando nutriamo emozioni negative verso l’Altro da sè, siamo, almeno in parte, nella fase del bambino, la fase della dipendenza, ovvero quella fase dell’esistenza in cui l’emozione negativa è di vitale importanza, perchè smuove il bimbo e il genitore verso quella necessità che è basilare, fisicamente e psicologicamente.

La coscienza adulta è quella che si assume le responsabilità, che di fronte a ciò che non può controllare, non si arrende ma nemmeno combatte, prende atto, accetta e trova le strategie migliori per convivere con questa forza più grande. Questa parte adulta è quella che può prendere in mano quello specchio per iniziare a guardare il proprio peggior nemico, che è dentro di sè. E’ peggiore perche è dentro e perchè è  diventato spesso un mostro dalla disperazione di non essere ascoltato. Ma l’inconscio non si puo ammazzare, incolpare, allontanare, zittire, negare. Una volta visto, induce la coscienza a divenire ancora più adulta, ancora più responsabile. E così inizia il perdono e da lì la saggezza.

Cosa si vede nello specchio? Pensieri, valori, sensazioni, paure, emozioni. Più lo specchio riflette, più questi elementi appaiono nitidi e distinti. Si separano, depotenziando cosi gli oggetti, le situazioni, le persone alla quali attribuivamo questo miscuglio incandescente ed inconscio.

Ma se la coscienza è bambina, far finta di essere grande e saggia, grazie ai titoli di laurea, grazie a milioni di libri letti, o sventolando la propria veneranda età e le proprie esperienza di vita dolorose, non la si permette di crescere. Quando i bambini prendono in mano lo specchio la coscienza inizia ad emergere da una nebbia che dava l’illusione che le cose esistenti fossero solo quelle visibili e vicine.

Si potrà penserà cosa c’entra tutto ciò con le guerre, gli attacchi terroristici, etc? Se stiamo pensando questo non abbiamo ancora preso in mano lo specchio.

Dopo questa domanda retorica snob, vi lascio con un video:

Zaira Cestari

Babadook. Cosa si può celare nell’horror.

La paura nasce dalla presenza di un muro, eppure è in esso che cerca conforto.
La paura nasce dalla ferita e tende a perpetuare questa ferita come a non volerla vedere, la ferita fa infezione se non vista e curata.
Foto di una scena tratta dal film Babadook (2014)

Foto di una scena tratta dal film Babadook (2014)

In Babadook (A Bad Book) la protagonista teme il suo conflitto. Teme il  muro tra odio e amore. E tra amore e potere. Non può guardare questo muro, e cosi non può trasformarlo, scavalcarlo, abbatterlo. Ma così esso si erge sempre piu alto, e dall’interno si estende all’esterno. Prima nella scrittura di un libro, e poi, nel suo bambino.
Ma il bambino, proprio perchè è bambino, non ha cosi paura e vede il muro. Sa che esso c’è. La mamma no. La mamma razionalizza e vuole separare bene e male, vero e falso.  Così il muro arriva a dividere anche il mondo esterno. Vita e morte. Realtà rassicurante e le ombre di questa realtà. Ciò che era in lei, e poi nel libro, diviene vivo ovunque e sempre.  La mamma vede questa cesura, questo crepaccio solo quando l’energia che si crea da quella faglia crea immagini, che si stagliano sulla protagonista fino a farle guardare la ferita.  Lì, la paura cessa. Anche in me che guardavo il film. La tensione dell’horror si è trasformato in puro dolore e in pianto. Ho riconosciuto il simbolo della ferita originaria. Quella ferita che va accolta, comunque e indipendentemente da quanto essa sia grande o profonda. Ognuno si porta una ferita, è la stessa per tutti, ma ogni ferita è unica per forma, dimensioni, localizzazione. Questa ferita mai sparirà, ma se riconosciuta la  si potrà curare, cicatrizzare, accarezzare.
Grazie a Jennifer Kent, la regista, che è andata in fondo a interrogare esperienze forse personali, forse universali, ma probabilmente entrambe le cose.