Zaira's Blog

Babadook. Cosa si può celare nell'horror

Zaira Cestari

21/08/2018

La paura nasce dalla presenza di un muro, eppure è in esso che cerca conforto. La paura nasce dalla ferita e tende a perpetuare questa ferita come a non volerla vedere, la ferita fa infezione se non vista e curata. In Babadook (A Bad Book) la protagonista teme il suo conflitto. Teme il muro tra odio e amore. E tra amore e potere. Non può guardare questo muro, e cosi non può trasformarlo, scavalcarlo, abbatterlo. Ma così esso si erge sempre piu alto, e dall’interno si estende all’esterno. Prima nella scrittura di un libro, e poi, nel suo bambino. Ma il bambino, proprio perchè è bambino, non ha cosi paura e vede il muro. Sa che esso c’è. La mamma no. La mamma razionalizza e vuole separare bene e male, vero e falso. Così il muro arriva a dividere anche il mondo esterno. Vita e morte. Realtà rassicurante e le ombre di questa realtà. Ciò che era in lei, e poi nel libro, diviene vivo ovunque e sempre. La mamma vede questa cesura, questo crepaccio solo quando l’energia che si crea da quella faglia crea immagini, che si stagliano sulla protagonista fino a farle guardare la ferita. Lì, la paura cessa. Anche in me che guardavo il film. La tensione dell’horror si è trasformato in puro dolore e in pianto. Ho riconosciuto il simbolo della ferita originaria. Quella ferita che va accolta, comunque e indipendentemente da quanto essa sia grande o profonda. Ognuno si porta una ferita, è la stessa per tutti, ma ogni ferita è unica per forma, dimensioni, localizzazione. Questa ferita mai sparirà, ma se riconosciuta la si potrà curare, cicatrizzare, accarezzare. Grazie a Jennifer Kent, la regista, che è andata in fondo a interrogare esperienze forse personali, forse universali, ma probabilmente entrambe le cose.

Lascia un commento!

Inserire almeno 5 caratteri per Nome e Cognome!

Il contenuto deve contenere almeno 15 caratteri!

Leggi i commenti: